capitolo 2


Atterrammo all’aeroporto JFK in perfetto orario: 13,59 ora locale. Guardai il mio orologio ancora fermo sull’ora italiana, erano le 20,00. Pensai a mio padre, solo, forse in procinto di prepararsi la cena e improvvisamente mi venne un groppo alla gola.
«Cami sei emozionata?» mi chiese Lavinia in trepidazione.
«Beh … certo che sono emozionata.» le risposi cercando di sembrarle credibile.
«Io spero che ci mandino in posti vicini, sono terrorizzata all’idea di stare con gente che non conosco e neppure capisco. E se poi non mi piacciono? O non mi piace il posto dove vivono? E se la casa è sporca? E se ...»
Lavinia era un fiume in piena.



Lasciai che si sfogasse senza prestare troppa attenzione a quello che diceva, ma lei continuò ad elencare tutti i suoi timori fino a quando arrivammo al controllo passaporti.
«Vai avanti tu Cami?» mi chiese retorica dando per scontato che l’avrei accontentata, visto lo stato confusionale in cui versava. Annuii sospirando, senza controbattere, e presi posto nella fila.
I ragazzi del programma di scambio culturale erano stati divisi dall’accompagnatore in due file ordinate.
I passeggeri che si trovavano nell’aeroporto continuavano a fissarci con una certa insistenza e curiosità. Mi girai verso l’altra fila per avere un’immagine realistica di come dovevamo apparire ai loro occhi.
Proprio alla mia altezza c’era un ragazzo che mi osservava. Stava discutendo con l’amico di fronte, ma continuava a lanciarmi delle occhiate di straforo. Lavinia, accortasi che il mio sguardo indugiava su qualcosa, ne seguì la direzione per cogliere l’oggetto del mio interesse:
«Beh? Che ne dici? Hai cambiato idea?» mi sorrise ammiccante.
«Di cosa stai parlando?» le risposi senza contraccambiare l’intesa.
«Di quei due laggiù! Quello che parla con i capelli scaruffati è quel tipo romantico di cui ti ho parlato prima in aereo, ricordi?…» fece una pausa in attesa di risposta e poi continuò, «L’altro invece... insomma quello che ti sta squadrando, non lo conosco!» aggiunse con sufficienza. «Però sono bellissimi tutti e due, non è vero? Insomma come ti sembrano?»
Assestai una seconda occhiata al ragazzo che mi fissava, sicura dietro i miei occhiali specchiati.
«Come mi sembrano? …hmmm… fammi pensare… direi che l’aggettivo più pertinente è … COLORATI!?!?»
«CHE VUOL DIRE COLORATI?» urlò Lavinia, «Io intendevo belli, brutti, carini, interessanti,... cose del genere!» aggiunse spazientita dalla mia indolenza.
«Okay, scherzavo! Mi riferivo al loro abbigliamento» specificai veloce.
Il limite di sopportazione di Lavinia aveva raggiunto il capolinea.
«Ti ho già detto che non mi piacciono i ragazzi biondi. Sono una ragazza mediterranea e mi piacciono gli uomini dai tratti tipicamente mediterranei. Occhi scuri, capelli scuri e possibilmente anche una bella carnagione abbronzata!» Mi dilungai nella spiegazione cercando di recuperare il dialogo con Lavinia.
«Beh se è per questo uno dei due mi sembra piuttosto scuretto!» specificò lei con tono ironico.
Mi girai ancora una volta verso l’altra fila, e incrociai gli occhi del ragazzo di cui parlava Lavinia, lo stesso che mi studiava ad occhiate intermittenti. Aveva uno sguardo profondo, intenso e un sorriso morbido e sereno, la pelle abbronzata e i capelli castani scuri lunghi fino alle spalle, volutamente trascurati. Era il classico ragazzo di bell’aspetto che ne è perfettamente consapevole. Mi soffermai così a lungo ad analizzare le sue caratteristiche fisiche, che persi un po’ la cognizione del tempo. Quando tornai ad incrociare i suoi occhi nerissimi, mi sentii a disagio.
Cercai di non tradire il mio stato d’animo e mi mantenni calma, ma lui era sempre lì, a sei metri di distanza con quel bel sorriso stampato sulla faccia.
«Ci sei Cami???» mi risvegliò Lavina, «Dai che dopo tocca a te.» Mi avvicinai allo sportello e allungai il passaporto all’addetto.
«Take off your glasses, please!» mi intimò osservando la foto sul mio documento.
Quella richiesta risoluta mi fece sobbalzare.
D’ora in avanti avrei dovuto rispolverare il mio inglese. Per quasi un anno quella sarebbe stata l’unica lingua che avrei usato per comunicare con il resto del mondo.
Mi sentivo fortunata rispetto alla maggior parte di quei ragazzi. Dopotutto non dovevo sforzarmi più di tanto. La povera Lavinia era terrorizzata, doveva contare sulle poche nozioni assimilate durante gli anni scolastici.
Mi voltai verso destra per sfilare gli occhiali e incrociai ancora il suo sguardo: quello strano ragazzo sorridente mi stava ancora sbirciando dall’altra fila.
Aspettai che Lavinia terminasse il controllo passaporti, e ci avvicinammo al nastro per ritirare i bagagli.
«Ciao io sono Leo!» mi sorrise serafico il ragazzo bruno, «Ti serve aiuto con la valigia?»
«Ciao!» risposi sorpresa, «direi di no, credo che … non ce ne sarà bisogno, grazie!»
Mi girai di scatto per il rumore del nastro che aveva iniziato a muoversi frettolosamente. Lavinia mi stava fissando dall’altra parte del nastro con un sorrisetto malizioso: sapevo già che mi sarebbe costato chissà quante domande.
Sbrigammo velocemente tutte le procedure aeroportuali e ci radunarono sotto un grosso cartello, sul quale era stampato il logo dell’associazione culturale promotrice degli scambi. Tre signorine, volontarie dell’associazione, ci attendevano disponibili e sorridenti. Tutto si svolse senza intralci, lo smistamento negli autobus e il successivo trasferimento in albergo era stato organizzato alla perfezione.

Quella sera, quando eravamo tutti seduti nella sala ristorante dell’albergo, iniziò la tanto temuta cerimonia dell’assegnazione delle destinazioni.
«Cami ho una paura da morire!» mi sibilò Lavinia nell’orecchio.
«Ormai non si torna indietro! Fai un bel respiro, tira su quelle spalle e vedrai che tutto andrà bene.» la rassicurai.
«Luca Araldi!» chiamò la presidentessa dell’associazione spezzando il silenzio e la tensione che riempivano la sala ristorante. «Giulio Bani!» continuò risoluta mentre i nominati le si avvicinavano tremanti per ricevere la busta.
«Silvia Tivula!», «Marta Gei!», «Lavinia Bini!», ....
Lavinia si alzò di scatto facendo così tanto rumore con la sedia che tutti si voltarono a guardarla e il suo viso in un attimo diventò rosso fuoco.
«Lisa Messeri!», «Marco Garante!», la signora continuava con ritmo incalzante, mentre si diffondevano i primi commenti tra quelli che, ricevute le lettere, avevano riguadagnato la loro posizione a tavola commentando le destinazioni con i loro compagni.
«Leo Nash», «Ilaria Ponto», «Camilla Alinari» …
Mentre mi avvicinavo per ritirare la mia busta incrociai Leo. Sorridente e spavaldo, riconquistava il suo posto giocherellando con la busta tra le dita della mano destra. Non potei fare a meno di pensare che Lavinia non aveva tutti i torti. Era proprio un bel ragazzo, ma ahimè, qualcuno doveva averglielo detto più di una volta: era maledettamente sicuro di sé.
Mi sedetti vicino a Lavina.
«Missouri? Ma dov’è il Missouri?» Lavinia era in fibrillazione, «Springfield nel Missouri...» continuava a ripetere inebetita.
Aprii lentamente la mia busta, sfilai il foglio che conteneva e inspirando profondamente lessi:

INCLINE VILLAGE – NEVADA”

Non avevo immaginato niente di più anonimo. In cuor mio avevo desiderato ricevere una destinazione in California, lo stato dove era nata e cresciuta mia madre, ma tutto sommato non mi sentii troppo delusa.
Il rumore cresceva nella sala, ormai tutti conoscevano le loro destinazioni e le stavano commentando tra di loro. I più attrezzati consultavano mappe e atlanti per visualizzare e dare un senso concreto alle loro future case.
«SILENZIO!» urlò la presidentessa. «Un attimo di silenzio, per favore!»
«Domattina verrete divisi in base alle vostre destinazioni, e sarete trasportati all’aeroporto per raggiungere le vostre nuove famiglie. Loro saranno ad accogliervi all’aeroporto con un bel cartello con il vostro nome. Non dovete avere nessuna preoccupazione. Come vi è già stato detto ripetutamente, sarete assistiti sempre e comunque dal nostro personale specializzato in loco. Vi verrà assegnato un tutore e avrete a disposizione una serie di numeri telefonici ai quali potrete sempre fare riferimento, per ogni necessità.» Fece una pausa e poi concluse. «Avete domande da fare?»
Un coro di voci si alzò dalla sala, e in quel trambusto afferrai una cartina degli Stati Uniti che si trovava abbandonata sul tavolo e la sistemai tra me e Lavinia.
Trovai con facilità il Nevada, ma della mia destinazione, Incline Village, non c’era traccia. Osservai con attenzione la cartina e mi resi conto che il Nevada non doveva essere molto popolato. C’erano solo due strade importanti che lo attraversavano, la n°80 a nord, che collegava Elko, Winnemucca, Reno e Carson City, e la n°15 nell’estrema punta a sud, dove si trovavano le città di Enderson e Las Vegas. Nel mezzo, il niente. Né città, né strade, niente: non sapevo cosa pensare. Certo se era un village non doveva essere molto grande, pensai, era del tutto plausibile che non fosse segnato in una cartina a quella scala, ma chissà dov’era?
La curiosità cresceva.
«Hey Cami l’ho trovato!» mi urlò Lavinia nell’orecchio. «Springfield, Missouri, eccolo qui!» poi aggiunse, «Tu dove sei?»
«Beh... di preciso non lo so, lo stato è il Nevada ma la località non è segnata sulla carta.»
Lavinia dette un rapido sguardo alla mappa per misurare la distanza tra i due stati, poi rovesciò il labbro inferiore, alzò le sopracciglia con aria delusa e disse «Cavolo! Siamo lontanissime!»
Dovette passare del tempo e molte sollecitazioni della signora Marta, la responsabile, prima che i ragazzi si ricomponessero.

Dopo cena ci raccogliemmo nella sala conferenze, messa a disposizione dall’albergo per l’occasione. Ci avevano lasciati liberi di condividere le nostre emozioni e trascorremmo quasi due ore a scambiarci indirizzi, email e tutti quei dati necessari per mantenersi in contatto.
«Ciao papà sono Cami! Scusa se ti ho svegliato!» dissi piegando la testa sul telefonino e sulla spalla sinistra per crearmi un angolo di privacy. «Ci hanno assegnato le destinazioni. Hai carta e penna?» attesi osservando i ragazzi intorno senza cambiare posizione. «Nevada, Incline Village.» poi alzai il tono della voce sillabando lentamente le parole. «NE-VA-DA INCLINE VILLAGE.», «Sì lo so … non ho la più pallida idea di dove si trovi …okay … tutto bene non preoccuparti … ti richiamo domani! Ciao bapi.» lo salutai come facevo sempre da bambina.
Si era fatto tardi, tutti cominciarono a congedarsi lasciando alla spicciolata la sala conferenze. Ormai eravamo proiettati verso il futuro, verso il nuovo viaggio che ci attendeva l’indomani mattina.
«Scusa?»
Mi girai di scatto. Leo era difronte a me.
«Sì?» gli risposi con sufficienza continuando a sistemare le mie cose nello zaino poggiato sulla sedia.
«Non ho potuto fare a meno di sentire che la tua destinazione è uguale alla mia, Incline Village, giusto?»
Quelle parole colpirono la mia curiosità, mi sollevai in posizione eretta di fronte a lui e solo in quel momento mi resi conto che mi sovrastava di almeno venti centimetri. Io avevo raggiunto una statura di 170 dignitosissimi centimetri, non mi consideravo una persona bassa, ma vicino a lui mi sentii davvero piccola piccola.
«Beh … sì effettivamente quella è la mia destinazione, … sai dove si trova di preciso?»
«Sulla cartina non c’è, deve essere davvero un paese molto piccolo, però... ho avuto un’idea!» mi disse cercando di solleticare la mia curiosità. «C’è un internet-point nell’albergo, proprio qua dietro.» aggiunse svelando il suo piano, «Ti va se ci andiamo più tardi?»
Controllai l’enorme orologio di papà che portavo al polso sinistro.
«Sono già le 10.30 e domattina dobbiamo alzarci presto, … perché non ci facciamo un salto ora?»
Leo mi sembrò sorpreso, forse si aspettava qualche resistenza, ma si affrettò a rispondere. «OKAY! Andiamo!»
«Ho sentito che parli un ottimo inglese. Anche tu hai origini americane?» mi disse entrando nella sala internet.
«Si! Solo la mamma!» tagliai corto senza dare troppe spiegazioni.
Ci sedemmo vicini. Mentre Leo prendeva possesso del mezzo informatico con estrema naturalezza e disinvoltura, non potei fare a meno di notare la differenza di corporatura che ci caratterizzava. Io avevo una struttura esile, messa in risalto da un paio di jeans neri attillati, lui una corporatura possente. I muscoli delle gambe ben sviluppati si percepivano anche sotto a quei jeans larghi, informi e leggermente calati che certamente non gli rendevano alcun merito.
Nel frattempo Leo aveva caricato Google-maps, e scorreva l’immagine del planisfero in cerca del Nevada. Digitò sulla tastiera Incline Village e si voltò verso di me.
«Curiosa?» mi chiese sorridendo. Poi senza aspettare risposta premette il tasto invio.
La cartina zummò automaticamente sulla zona e una freccia rossa apparve ad indicare la posizione della nostra futura casa.
«Beh però … mica male, siamo su un lago!» commentò Leo sorridente.



Incline Village si trovava sulla riva di Lake Tahoe, ma la cosa che più colpì la curiosità di entrambi era una curiosa linea tratteggiata che divideva il lago tra il Nevada e la California.
Incline Village era effettivamente in Nevada, ma dietro l’angolo c’era la California, lo stato della mamma, l’altra metà delle mie origini. Mi sentii improvvisamente soddisfatta.
«Ora che il mistero è risolto faremmo meglio ad andare a dormire, non credi?» mi giustificai alzandomi dalla sedia.
«Io credo che rimarrò a controllare la mia email!» rispose Leo con tono pacato.
«Allora ciao! Ci vediamo domani!»
«Ciao Camilla!» pronunciò il mio nome sorridendo.
Uscii dalla stanza senza voltarmi, ma con la precisa sensazione che Leo mi stesse osservando.

2 commenti:

  1. Che carino questo capitolo! :)
    Sì, credo proprio che questa storia mi piacerà (e confermo che sai scrivere).

    A presto! ;D

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  2. mi piace il tuo modo di scrivere e anche la storia...continuo subito a leggere.

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