capitolo 3


:(click tasto destro) 'Le onde' by Ludovico Einaudi


Ero nuovamente seduta su un aereo a sommare altri chilometri di distanza da casa. Questo pensiero che mi faceva sentire così bene fisicamente allo stesso tempo mi riempiva di sensi di colpa verso mio padre.
Il volo era diretto a San Francisco. Eravamo in dodici su quell’aereo; sei destinati a San Francisco, due a Sacramento, uno a Fresno, uno a Reno e infine due a Incline Village: Leo ed io.
Ripensavo alla mia amica Lavinia che la mattina mi aveva salutata con le lacrime agli occhi, «Scrivimi subito!» mi aveva implorata. «Così mi sentirò meno sola.» Ci eravamo abbracciate a lungo fino a quando ognuno di noi era stato chiamato a prendere posto nel proprio gruppo.
Avevamo condiviso quell’esperienza insieme fin dall’inizio. Ricordavo ancora il modulo di ammissione alle selezioni, compilato segretamente, senza il consenso dei genitori. Lavinia non aveva detto niente per timore di un rifiuto, io non lo avevo fatto perché il momento non era adatto.

 
Mia madre stava morendo in ospedale e tutto quello che volevo fare era scappare, scappare il più lontano possibile.
C’erano stati i colloqui, le riunioni, i test psicoattitudinali e solo quando era stato il momento dell’incontro con i genitori eravamo state costrette a svelare i nostri progetti. I genitori di Lavinia si erano dimostrati sorprendentemente aperti a questo tipo di esperienza e, al contrario di quanto lei aveva temuto, avevano accolto il progetto con grande entusiasmo, sperando che una esperienza del genere potesse fortificare il carattere di quella figlia sempre insicura.
Per me il colloquio lo aveva tenuto solo papà. Con il pensiero della mamma in ospedale e il cuore allagato di dolore, mi aveva sostenuta senza esitare, caldeggiando senza riserve la mia partecipazione al programma. Aveva intuito perfettamente che sotto a tutta questa storia si nascondeva una richiesta di aiuto, un desiderio di evasione che non poteva fingere di non vedere. Come erano lontani quei tempi.
Rimasi immersa nei miei pensieri per tutta la durata del viaggio, tanto che mi sembrò che il volo durasse ben poco.

Arrivati a San Francisco, ritirammo i bagagli e ci avviammo in gruppo verso l’uscita dell’aeroporto scortati dalla nostra accompagnatrice.
Decine di persone aspettavano frementi. C’era una moltitudine di cartelli esposti, rallentammo l’andatura per avere il tempo materiale di leggere i nomi che vi erano scritti sopra.
«Ciao ragazzi quelli sono per me!» ci salutò Luca allontanandosi dal gruppo, «Eccoli li ho trovati! Ci vediamo ragazzi!» aggiunse Cristina.
«In bocca al lupo!» esclamammo all’unisono.
Il gruppo si stava lentamente sparpagliando quando, finalmente, vidi un grosso cartellone con su scritto in stampatello:

NASH – ALINARI

Mi voltai di scatto a cercare Leo e lo trovai inaspettatamente al mio fianco che mi guardava con la solita aria scanzonata.
Dietro al cartello un bel signore sulla cinquantina con due splendidi occhi azzurri ci accolse cordialmente:
«Voi dovete essere Leo e Camilla?»
«Sì!», «Corretto!» rispondemmo in coro.
«Io sono Mr.Stweart, piacere di conoscervi.» e stese il braccio per stringerci la mano. «Sarò il vostro preside per quest'anno scolastico, ma soprattutto il tuo nuovo papà americano!» disse compiaciuto scuotendomi la mano.
Alzai gli occhi e mi sentii perforare dal suo sguardo. Quell’ultima affermazione era proprio riferita a me. Rimasi un istante immobile ma poi, dando fondo a tutte le mie risorse, riuscì a farfugliare: «Piacere di conoscerla … Mr.Stweart».
«Per quanto ti riguarda Leo» incalzò prontamente, «tu sarai ospite di una famiglia che risiede ad Incline da più di vent’anni, i Danan. Sono delle brave persone e si sono rese sempre molto disponibili per la nostra comunità. Hanno tre figli maschi, due dei quali seguiranno la vostra stessa scuola, vedrai che ti troverai benissimo.» prese fiato schiarendosi la voce e continuò. «Sono stato io ad offrirmi oggi come tassista, era inutile che si disturbasse anche Mr.Danan.»
Leo gli sorrise visibilmente soddisfatto dalla descrizione appena ricevuta.
Mr.Stweart fece una piccola pausa e mi guardò sorridente «Tu invece Camilla dovrai avere a che fare con le mie bambine: Lily, di un anno più piccola di te, che non vede l’ora di farti da Cicerone per tutte le tue curiosità sulla scuola, e Daisy, la piccolina di casa, ha solo quattro anni e un caratterino ….»
«Mi hanno detto che avete entrambi una perfetta padronanza della lingua inglese, giusto?» ci chiese soddisfatto.
«Si!» rispondemmo contemporaneamente.
«Ottimo! Questo vi sarà molto utile per sentirvi subito a casa.» Mr.Stweart continuò a parlare a ruota libera fino a quando non raggiungemmo la sua auto nel parcheggio dell’aeroporto. Era una bellissima Dodge Durango, grigia metallizzata, otto posti, una specie di bellissimo mostro, pensai. Non si vedevano macchine del genere in Italia, ed io ero abituata a dimensioni ben diverse.
Mi sistemai nel sedile posteriore lasciando a Leo il posto accanto a Mr.Stweart.
Imboccammo la 101, la Bayshore freeway, costeggiando la baia di San Francisco in direzione nord; presto fummo sul San Francisco–Oakland Baybridge, per immetterci nella 80 che, come aveva detto Mr. Stweart, ci avrebbe portati dritti fino a casa.
Era un pomeriggio di una bella giornata di agosto, ed io volevo godermi appieno ogni singolo istante del viaggio, tirai fuori dallo zaino la mia digitale e iniziai a scattare delle foto alla baia che rifletteva i raggi del sole come uno specchio.
Leo e Mr. Stweart avevano cominciato a parlare di macchine e motori, un mondo che a me risultava oscuro quanto poco interessante. Colsi al volo l’opportunità per infilarmi le cuffie e alzai lentamente il volume smorzando il rumore delle loro chiacchiere da uomini.
Amavo diversi generi musicali, ma negli ultimi tempi le liriche strumentali erano il genere di musica che preferivo ascoltare: calme, melodiose e assolutamente prive di testo. Il mio cervello conteneva milioni e milioni di pensieri e parole che sarebbero state appropriate per qualsiasi melodia, non avevo alcun bisogno di input esterni.
Dopo aver costeggiato tutta la baia di San Francisco attraversammo le cittadine di Vallejo, Fairfield, Vacaville, Davis e infine Sacramento, la capitale.
Poi, quasi di colpo, il paesaggio cambiò. Ci stavamo inoltrando verso l’interno. Era un luogo bellissimo, dominato da una natura incontaminata. Niente più traffico, nessuna urbanizzazione sfrenata; solo un verde, silenzioso e inviolato universo.
Abbassai il volume della musica per stabilire un contatto con quel paradiso e mi stupii nel constatare che Mr.Stweart e Leo, malgrado fossero passate alcune ore, stavano ancora discutendo animatamente, incuranti della mia assenza verbale.
«Ci stiamo avvicinando?» chiesi affacciandomi da dietro per palesare la mia presenza.
«Manca circa un’ora di viaggio. Che ne dite vi piace il paesaggio?» chiese soddisfatto Mr.Stweart.
Leo si voltò verso il finestrino, «Wow!» esclamò come se fosse stato teletrasportato lì direttamente dall’aeroporto.
«E’ bellissimo Mr.Stweart, siete veramente molto fortunati a stare in un ..»
«No!» mi interruppe deciso Mr.Stweart, «SIAMO veramente fortunati a vivere in un posto così!» poi aggiunse sorridendo, «Per il prossimo anno, cari ragazzi, il Nevada è casa vostra! Dovete iniziare a considerarlo tale fin da ora, se volete sentirvi veramente a casa.»
Contraccambiai il sorriso. Quell’uomo pieno di ottimismo era così diverso da quel padre malinconico che aveva lasciato a casa.
«Wow che miracolo!» esclamò Leo fissandomi la bocca, «E’ un sorriso quello o solo un riflesso incondizionato delle labbra?»
Mr. Stweart e Leo scoppiarono a ridere, tra i due si era creata un ottima intesa, non potei far altro che appoggiare la schiena al seggiolino e lasciare che si prendessero un po’ gioco di me.
Attraversammo i piccoli paesi di Aubum, Colfax, SodaSprings e giungemmo infine a Truckee dove la Dodge di Mr. Stweart imboccò la 267 northshore road. La strada cominciò subito a scendere e di pari passo la nostra curiosità aumentava a dismisura. Leo ed io stavamo con le facce incollate ai finestrini, come fanno i bambini davanti alla vetrina dei negozi di giocattoli, quando a un certo punto, il paesaggio si aprì.
Lake Tahoe era incastonato tra le montagne come un gioiello prezioso, le acque del lago, di un azzurro cristallino, brillavano come uno zaffiro.
Quella vista riempì l'intero abitacolo e mi lasciò letteralmente senza fiato. Se esisteva un paradiso, questo angolo di mondo doveva assomigliargli davvero molto; ero estasiata da tanta pace. Aprii il finestrino e respirai a pieni polmoni quell’aria fresca e pulita. Rimasi sorpresa nel constatare che non aveva nessun odore particolare, nessuno che ricordassi o che avessi immagazzinato nella mia memoria. Era un aria nuova, senza tracce di contaminazione, era semplicemente aria pulita e sapeva solo di natura.
A Mr.Stweart non servirono altri commenti per capire che a noi ragazzi quel posto piaceva davvero molto, lasciò che ci godessimo quel momento limitandosi ad osservare compiaciuto le nostre facce beate fuori dai finestrini.
«Eccoci arrivati Leo!» rallentò la macchina e svoltò a sinistra in un vialetto laterale. «Questa è la casa dei Danan.»
Mentre faceva manovra per parcheggiare la Dodge nel piazzale, si aprì la porta di casa e uscirono il signore e la signora Danan, seguiti da tre ragazzoni, tutti incredibilmente alti. Mentre Mr. Stweart e Leo scaricavano la valigia dalla macchina, io ne approfittai per osservarli dal finestrino riparata dai miei fedeli occhiali scuri.
I due adulti avevano i capelli quasi argentati tanto erano chiari, una bella carnagione bianca, un portamento regale e una cordialità che traspariva anche da quella distanza. I giovani erano tutti e tre molto simili, capelli castano-biondo, altissimi e fisicamente imponenti. Pensai subito a Leo; non avrebbe certo sfigurato in quella maestosa famiglia. In quanto a dimensioni gli assomigliava perfettamente e, se non fosse stato per i suoi colori tipicamente mediterranei, sarebbe potuto passare tranquillamente per uno di loro.
Aspettando seduta in macchina che terminassero le presentazioni mi sentii osservata, spostai lo sguardo verso la famiglia Danan e incrociai quello di uno dei figli.
Era possente e autorevole come il resto della sua famiglia, indossava dei jeans larghi e informi e una t-shirt nera a manica lunga che lasciava trasparire tutta la sua prestanza fisica. Aveva i capelli castani chiari raccolti sulla nuca in una coda di cavallo, alcuni più corti gli incorniciavano il viso dai lineamenti delicati raccogliendosi dietro le orecchie. Mi stava fissando così intensamente che, in un primo momento, ebbi voglia di abbassare gli occhi. Ero completamente catturata dalla profondità della sua espressione e incuriosita da quella sensazione strana che sentivo dentro di me.
Mr.Stweart si stava già congedando dai signori Danan quando si voltò verso la Dodge, «Quella seduta in macchina è la mia nuova figlia Camilla» alzò il tono della voce e la mano per indicarmi, «Solo per quest’anno, si capisce!»
Accennai un mezzo sorriso per contraccambiare il saluto dei Danan e mi accorsi che l'unico rimasto imperturbabile era proprio il ragazzo con la coda di cavallo.
Abbassò la testa, si sistemò i cappelli smossi dal vento dietro l’orecchio destro e indietreggiò verso casa.
Quando Mr.Stweart mise in moto la macchina e salutò la famiglia con il clacson, lui non c’era più.

2 commenti:

  1. Credo che ne vedremo delle belle. . . sì sì sì, verrò a leggere il seguito quanto prima. ;)
    PS: ma sai che hai uno stile che non annoia? Complimenti! :)

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  2. concordo.....uno stile fluido che non annoia...arrivi alla fine del capitolo e ti chiedi già finito??
    Storia ancora tutta da sviluppare,ma che promette non bene..... di PIU' !!! Mi hai "catturato"! ;D
    Sandrina

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