capitolo 7

Sabato mattina; anche se non era giorno di scuola mi svegliai inspiegabilmente presto. Avevo passato la notte in bianco valutando le possibilità di approccio con Brian. Prima o poi avrei dovuto affrontarlo, era chiaro, ma quel ragazzo mi inquietava, mi faceva sentire a disagio. Avevo paura di fare o dire la cosa sbagliata, di apparire goffa o imbranata davanti ai suoi occhi. Non avevo mai sofferto di questo genere di insicurezze in passato, e mi infastidiva molto non sentirmi all’altezza della situazione.
Mi sedetti sul letto stropicciandomi gli occhi assonnati, c’era qualcosa di nuovo nella mia stanza. Mi ci volle qualche secondo per mettere a fuoco la situazione; feci un grosso sbadiglio affondando la faccia sul cuscino e finalmente trovai la forza di aprire gli occhi. La luce era strana, diversa, allungai il collo per guardare oltre al davanzale della finestra e fu così che mi accorsi del miracolo.


Il bosco che di solito ammiravo dalla mia camera, nelle sue molteplici sfumature e nei suoi continui movimenti, era scomparso sotto una coltre di neve. Scesi velocemente dal letto e mi avvicinai al vetro per godermi lo spettacolo. Doveva essere nevicato copiosamente tutta la notte perché la macchina di Mr.Stweart, parcheggiata come sempre davanti a casa, non si vedeva più. Era tutto imbiancato: il sentiero, il piazzale, perfino la casetta sull’albero. Quell'abbondante e soffice manto bianco aveva fermato il tempo, immobilizzando ogni cosa indiscriminatamente.
Mi precipitai a prendere la mia digitale e scattai qualche foto, dovevo assolutamente spedirle a mio padre. Non avevo mai visto niente di simile, in una notte il panorama si era completamente trasformato; la forza della natura aveva preso il sopravvento rivendicando il suo legittimo dominio sul mondo.
Mi vestii frettolosamente, cercando nell’armadio le cose più calde e pesanti che avevo portato con me dall’Italia. Il mio guardaroba si dimostrò completamente inadatto e impreparato a così tanta neve. Era soltanto l’inizio di ottobre, pensai preoccupata, come avrei fatto a superare i mesi invernali? Fortunatamente mio padre era stato lungimirante; prima di partire mi aveva elargito una certa somma di denaro proprio per questo tipo di necessità.

«Lily sei sveglia?» le sussurrai avvicinandomi al suo letto.
«Adesso sì. Che succede?» mi chiese con la voce increspata dal sonno.
«Volevo sapere se ti andava di accompagnarmi a fare shopping? Stanotte è nevicato e non ho niente da mettermi addosso.»
Shopping, fu la parola magica. Si alzò dal letto come un automa e si avvicinò alla grande vetrata che incorniciava la vista del lago. Sembrava una cartolina, tanto era bello.
«Oh mio dio! È già arrivata la neve!» commentò Lily rassegnata. Rimasi completamente sconcertata da quella esclamazione; le sue emozioni facevano a pugni con le mie. Mentre io non stavo più nella pelle, elettrizzata dalla novità, lei sembrava una condannata a morte.
«E' bellissimo! Sembra un paesaggio incantato, non è vero?» le dissi avvicinandomi estasiata al vetro, «Come fai a restare così apatica? È cosììì … candido, pacifico, … quasi magico!»
Lily mi guardò perplessa e poi si rituffò nel suo sconfinato guardaroba cercando qualcosa da indossare. Era completamente disinteressata e non prestava nessuna attenzione a quell’affresco naturale che riempiva l'intera stanza.
«Ti assicuro che quando ad aprile avremo ancora a che fare con la neve, con il freddo, con cappelli, sciarpe e guanti, lo troverai un po’ meno romantico anche te.» si giustificò immersa tra i soprabiti dell'armadio. Poi, voltandosi raggiante con un piumino fucsia tra gli artigli, concluse: «E poi non dimenticare che io ci sono nata in questo posto, per me non è una novità! Ho quindici anni di lunghi inverni alle spalle!»
Mi prestò un paio dei suoi scarponi da neve e, subito dopo la colazione, ci avviammo al negozio di sport.
Le strade erano pulite e le macchine circolavano regolarmente. Gli abitanti di Incline erano preparati a quel tipo di evento, pareva che nessuno, malgrado l’abbondante nevicata, avesse cambiato i propri programmi per la giornata.
Per la scelta dell’abbigliamento da neve mi affidai completamente a Lily. Era una grande intenditrice di moda e tendenze, una consumata esperta di neve e montagna; un mix di competenze che mi garantiva un successo assicurato per i miei acquisti. Quello che, ahimè, avevo sottovalutato era la sua smisurata passione per gli accessori di moda. Continuava a rimbalzare da uno scaffale all'altro del negozio; ai suoi occhi tutto appariva indispensabile. Dovetti faticare non poco per tenerla a freno e, malgrado i miei sforzi, ce ne tornammo a casa con due grosse borse piene di roba e il mio portafoglio notevolmente alleggerito.

«Hey ragazze che programmi avete per il fine settimana?» ci chiese Beth mentre imboccava la piccola recalcitrante Daisy.
Era davvero una bambina adorabile ma quando era il momento di mettersi a tavola si trasformava in una piccola guerriera ninja. La povera Beth era costretta ad inventarsi continui diversivi lottando, tra un boccone e l’altro, contro il suo vasto repertorio di capricci.
«Questo pomeriggio vado a casa di April e poi andiamo tutti insieme a mangiare fuori per festeggiare il compleanno di Matthew. Perché non vieni anche tu Cami? Ci sarà un sacco di gente. Molti li hai già conosciuti ma potrei cogliere l'occasione per presentarti qualcun altro!» insistette Lily entusiasta del suo ruolo di Cicerone.
«Bé, … scusa Lily maaa... avevo fatto altri progetti, mi riproponevo di andare un po’ in giro a scattare qualche foto.»
Beth mi guardò perplessa.
«Lo so che per voi non ha niente di speciale, ma per me questa nevicata è davvero un evento formidabile. Vorrei immortalarlo con qualche scatto.» aggiunsi per avvalorare la mia decisione.
Beth continuava a guardarmi dubbiosa: «Okay ragazze, qualunque sia il vostro programma, fate attenzione!» ci ammonì in tono protettivo, «Soprattutto alle macchine! La prima neve coglie tutti impreparati e c’è sempre qualcuno più pigro che tarda a montare le gomme da neve.»
«Io voglio fare un pupazzo di neve!» strillò Daisy per catturare l’attenzione di Beth.
«Okay, okay, … noi faremo il primo pupazzo di neve della stagione, ... ma solo se finisci tutta la pappa!» le rispose approfittando dell’emozione della bimba per cacciarle un pezzo di frutta in bocca.

Dopo pranzo selezionai il mio nuovissimo abbigliamento da neve: cappello peruviano in lana di alpaca rivestito internamente in micropile, piumino viola con cintura in vita e stivali lunghi fin sotto il ginocchio di camoscio imbottito. Il commesso li aveva caldamente pubblicizzati elencandone le eccellenti prestazioni. La scelta dei materiali, l'accuratezza dei dettagli e le modalità di assemblaggio li rendevano altamente resistenti all’acqua e al freddo, ma Lily li aveva scelti solo perché li trovava incredibilmente trendy. Mi infilai un bel paio di jeans aderenti, presi guanti e sciarpa e mi precipitai fuori con la macchina fotografica in tasca.
La strada principale era sgombra dalla neve, ma il rumore delle macchine che passavano era fastidioso. Quel segno di civilizzazione strideva così tanto con la magia del panorama che volevo assaporare. Decisi di mettermi le cuffie e di ascoltarmi un po’ di musica. Cercai nel mio ipod il file guitar songs, e mi isolai nella mia solita bolla spazio-temporale.
Feci qualche centinaia di metri, risalendo la strada principale verso l’alto, sperando di trovare qualche apertura che mi lasciasse intravedere il lago in quella nuova bianchissima prospettiva, ma ben presto mi accorsi che per catturare delle immagini veramente uniche e speciali, avrei dovuto inoltrarmi in qualche strada secondaria.
Mi feci coraggio e mi addentrai nel bosco imboccando un percorso che saliva verso il crinale della collina. Non c'erano impronte, nessuno segno, nessuna traccia di vita. Il sentiero era immacolato, incontaminato, completamente vergine.
Procedevo a rilento, camminare nella neve fresca era faticoso; la mia scarsa dimestichezza rendeva il mio passo terribilmente incerto, ma l’atmosfera era talmente affascinante che lo sforzo era ampiamente ripagato. Il suono morbido della chitarra acustica di Mason Williams, il ritmo crescente di ''Classical Gas'', accompagnavano la mia esplorazione.

Avevo già fatto molta strada perdendo completamente il senso del tempo. Immersa in quel paradiso, come una ciliegia nella panna, non avevo sentito la necessita di controllare l’orologio e non avrei saputo dire da quanto tempo camminavo quando, all'improvviso, fui colta dalla paura di non riuscire a ritrovare la strada di casa. Mi voltai all'indietro di scatto, intimorita, ma quando vidi sul sentiero la traccia nitida lasciata dalle mie impronte tirai un sospiro di sollievo.
Inspirai profondamente l’aria gelida del fitto bosco e continuai a salire su per la collina. Mi fermai ripetutamente a scattare foto; cercavo la luce giusta e la prospettiva migliore per racchiudere le mie sensazioni in uno scatto poi, quando credevo di esserci riuscita, riprendevo il mio viaggio in cerca di nuove ispirazioni. D’un tratto gli alberi si diradarono, la luce si fece tagliente, la neve rifletteva i raggi del sole tanto intensamente che mi fece chiudere gli occhi.
Presi gli occhiali dalla tasca del piumino e l’indossai.


Lo spettacolo era grandioso: un'opera d'arte a 360 gradi. In basso, uno scorcio del lago occhieggiava luminoso catturando la mia attenzione. Le acque fredde, leggermente increspate dal vento, riflettevano i raggi del sole come miliardi di piccoli specchi. Mi tolsi le cuffie e respirai quel momento a pieni polmoni.
Il silenzio era irreale, pieno e assoluto; rimasi in trans per qualche minuto. Ero felice, pienamente appagata, mi sentivo parte di quel paesaggio puro e incontaminato.
Mentre immortalavo il panorama sentii un rumore sordo. Mi assalì il terrore della presenza di qualche strano animale e un brivido freddo mi corse lungo la schiena; come avevo potuto sottovalutare una cosa del genere? Mi ero addentrata in un bosco senza pensare che avrei potuto fare incontri spiacevoli. Ma che razza di sprovveduta!
In un attimo mi tornarono alla mente le spiegazioni di Mrs.Haywood sulla fauna locale: scoiattoli, coyote eee ... orsi bruni. Le sue parole erano state come le raccomandazioni della mamma a Cappuccetto Rosso, tanto chiare quanto inutili. Calcolando mentalmente se in quella stagione gli orsi potessero già essere in letargo o meno, sentii nuovamente quello strano rumore. Poi ancora e ancora, quasi ritmicamente.
Non poteva essere il rumore di un animale, pensai. Dopo che la mia mente razionale ebbe escluso quella possibilità, cercai lentamente di riprendere il controllo della situazione inspirando profondamente.
Di nuovo una serie di colpi. Rimasi in ascolto provando a decifrarne la provenienza e la causa.
Iniziai a seguire il suono avanzando nella neve furtivamente, passando da un albero all’altro. Stavo ormai scendendo sull’altro versante della collina e mi voltai indietro per assicurarmi nuovamente che le mie impronte fossero ancora ben visibili per il ritorno a casa.
Ad un tratto ci fu una nuova serie di colpi. Il suono sembrava molto vicino. La crescente intensità della luce suggeriva la presenza di una nuova radura. Feci ancora qualche metro in avanti facendo attenzione a non fare rumore e mi fermai dietro ad un grosso tronco. Mi tolsi i guanti sfilandoli velocemente con i denti per avere maggiore manualità nel manovrare la macchina fotografica e li lasciai cadere sulla neve.
Spostai il peso verso sinistra, con l’occhio incollato alla digitale e mi sporsi di lato.
Il mio respiro si bloccò a metà; rimasi letteralmente a bocca aperta. Brian, Sean e Ian stavano lottando. Erano tutti e tre a torso nudo, indossavano soltanto i jeans e gli scarponi da montagna. Ognuno di loro impugnava una grossa lancia di legno, la punta di ferro sembrava una fiamma avvolta su sé stessa. Dovevano essere alte circa due metri, calcolai con approssimazione e sembravano piuttosto pesanti.
Si muovevano conficcando le lance nello strato di neve e ci ruotavano attorno come bandiere dandosi la spinta con i piedi sui tronchi degli alberi vicini. Ognuno di loro descriveva un’immaginaria circonferenza attorno alla propria lancia, per poi saltare acrobaticamente verso quella del fratello. Erano perfettamente coordinati, sincronizzati. Si alternavano nelle rotazioni velocemente. Le loro gambe si sfioravano in prossimità del centro virtuale della coreografia. Ripetevano i movimenti incessantemente mimando scontri che, all’ultimo momento, vanificavano agilmente con movimenti repentini.
Ero affascinata da tali virtuosismi, sembravano quasi danzare. Poi, improvvisamente, tornarono a terra e impugnate le lance con entrambe le mani si affrontarono in un corpo a corpo. La forza e la violenza dei colpi incuteva paura.
Quello era il rumore che avevo sentito. Erano le lance che sbattevano le une contro le altre. Colpi decisi, legno contro legno. Erano incredibilmente atletici, alternavano combattimento e acrobazie, con movimenti morbidi e armonici. Mi ricordavano vagamente uno spettacolo di danza caporeira, al quale avevo assistito mesi prima con degli amici. Ma c’era una tale componente di forza virile, che la faceva assomigliare molto di più ad una danza di guerra.
Restai pietrificata per chissà quanto tempo, prima di riconquistare un minimo di lucidità, poi finalmente il mio cervello riuscì a valutare la situazione in modo razionale. Non era certo quello il momento adatto per introdurmi ai fratelli Danan, pensai, ma non potevo neppure lasciarmi sfuggire l'occasione di immortalarli in quelle vesti così inusuali. Il rumore dello scatto avrebbe potuto spezzare quella sorta di incantesimo, rivelando la mia invadente presenza, per cui optai per la più silenziosa registrazione.
Feci una leggera pressione sul pulsante rec della digitale e, mantenendo la stessa posizione, iniziai a filmare la scena.
Ero totalmente affascinata da quello strano rito.
Restai immobile, estasiata e con il fiato sospeso ad osservare quell'esibizione davvero spettacolare.
Passarono diversi minuti perché mi accorsi che le mie mani nude, bloccate sulla digitale, iniziavano a raggelare.
I fratelli Danan continuavano a lottare seminudi in mezzo alla neve; ma come era possibile che non sentissero freddo?
Avevo zoommato al massimo l'obbiettivo e li vedevo così vicini che mi sembrava di far parte della scena. Il freddo penetrava lentamente nelle mie ossa, e il tremore delle mie mani rendevano la ripresa poco professionale, ma non riuscivo a muovermi. Non potevo e non volevo perdermi niente.
A turno simulavano scontri due contro uno. Sean e Ian avanzarono verso di me con le lance puntate al petto di Brian, che mi dava le spalle.
Brian gli si lanciò contro, la lancia stretta saldamente tra le sue mani in posizione verticale. Un attimo prima dell’impatto, la ruotò in senso orario di 180 gradi, urtando quelle dei fratelli che furono sbalzati di lato. Conficcò la lancia a terra e ci ruotò attorno con una forte spinta dei dorsali, riconquistando una posizione frontale rispetto ai suoi avversari.
Quando atterrò nuovamente sulla neve accadde l'inimmaginabile.
I nostri sguardi si incrociarono attraverso l’obbiettivo della macchina fotografica e in quel preciso momento ebbi la sensazione di essere stata scoperta in flagrante. Mi ritirai velocemente dietro al mio albero e attesi, immobile: sentivo di aver violato qualcosa di sacro.
Il rumore era cessato improvvisamente.
«Che c’è Brian? C’è qualcuno?»
Sentivo dei passi che si avvicinavano morbidi sulla neve fresca. Smisi di respirare.
«No, credo di no! Deve essere stato uno scoiattolo. Per oggi abbiamo finito!» aggiunse con tono risoluto, «Dai andiamo a casa che tra poco tramonterà il sole.»
Attesi immobile e in ascolto i loro passi che si allontanavano. Quando ritenni che fossero oramai ad una certa distanza, iniziai a correre più veloce che potevo, ripercorrendo il sentiero alla rovescia sulle mie stesse impronte.
Le sensazioni si accavallavano nella mia testa: paura, emozione, curiosità. Più correvo e più prendevo coscienza di quanta strada avevo percorso, di quanto mi fossi allontanata dalla strada principale. Inciampai un paio di volte lungo il sentiero e caddi nella neve fresca. Quando arrivai sulla strada era quasi buio.
Ero completamente bagnata, agitata e infreddolita. Non vedevo l’ora di arrivare a casa e farmi una doccia calda.

3 commenti:

  1. questo capitolo è emozionante!!! le descrizioni del paesaggio e poi della lotta tra i fratelli Danan mi hanno tenuta incollata allo schermo :)

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  2. Capitolo bellissimo, mi è sembrato quasi di stare ad osservare il paesaggio al posto della protagonista..I tre fratelli mi incuriosiscono ancora di +... sono impaziente di leggere il seguito..La storia è scivolata via troppo in fretta..;)

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  3. non fa freddo,ma questo capitolo mi ha talmente presa che ho dovuto infilarmi sotto le coperte!!!!

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