capitolo 9


Oramai non avevo alcun dubbio. Non solo quel sabato pomeriggio Brian mi aveva vista nel bosco, ma era anche tornato sui suoi passi rinvenendo i miei guanti abbandonati sulla neve.
Ero combattuta. Quale atteggiamento avrei dovuto tenere con Brian? Dentro di me sapevo che sarebbe stato più onesto, e certamente più maturo, affrontare l’argomento direttamente, ma del resto lui stesso non lo aveva fatto. Mi aveva restituito i guanti senza nessun accenno alle circostanze del ritrovamento. Perché? Forse voleva essere una sorta di avvertimento?
Non riuscivo a darmi pace.
I giorni che passarono mi sembrarono lunghi e monotoni. Vivevo nell’attesa che arrivasse quel fatidico venerdì. Talvolta a scuola mi capitava di incrociare il suo sguardo nei corridoi, ma erano solo frazioni di secondo e non erano sufficienti a riempire le mie giornate.
Brian mi stava entrando dentro, era il mio primo pensiero al mattino e l’ultimo prima di dormire.





Era giovedì, ora pranzo, me ne stavo seduta al tavolo della caffetteria con Lily e le sue amiche.
«Ci vieni al cinema con noi domani pomeriggio?» mi chiese Lily tra un boccone di sandwich e l’altro.
«No, domani non posso, devo lavorare al progetto Washoe.»
«Cosa dovete fare?» chiese April incuriosita, «Ho sentito dire che la scuola sta organizzando delle escursioni per quelli che partecipano al progetto,...come vorrei unirmi a voi!» concluse sospirando.
«Vedrai che ti divertirai da morire, sarà una gran pacchia.» aggiunse Fiona con la solita esuberanza.
«Beh, ragazze, dimenticate la parte didattica? Alla fine dovremmo consegnare un articolo che verrà valutato dagli insegnanti.» cercai di ridimensionare l’entusiasmo delle ragazze, «Insomma, credo che ci sarà da lavorare!»
Lily mi batté la mano sulla spalla con fare consolatorio, «In tal caso, cara sorellona, ti aspetta un noioso venerdì pomeriggio a scartabellare libri al calduccio nella tua cameretta.» aggiunse ironica.
«In realtà...» staccai un morso alla mela, «andrò a studiare a casa Danan.» dissi con la bocca piena, cercando di far passare inosservata la mia affermazione.
Mi guardarono con gli occhi sgranati.
«WOW! Lo sapevo!» disse April. «Bella mossa il ragazzo!» aggiunse Lily.
«Sapevi cosa?» le domandai incuriosita.
«Ma daai! Lo sa tutta la scuola che Leo ha un debole per te. Non mi dire che non te ne sei accorta?»
«Ma che c’entra Leo?», «Di che cosa state parlando?» chiesi sorpresa.
«Ci hai detto che avresti studiato a casa Danan,...Leo è loro ospite,... abbiamo semplicemente fatto due più due!» mi rispose Fiona svelandomi la logica che le aveva condotte a quella deduzione.
«Non è Leo il mio compagno di lavoro, … è Brian!» esclamai risoluta per chiudere la discussione.
«Oh mio Dio!», «No! Giura!» esclamarono simultaneamente Lily e April.
Sulle loro facce inebetite leggevo un misto di incredulità, sorpresa e, forse, anche una punta di invidia. Detti un altro morso alla mela limitandomi ad annuire con la testa, ma loro continuavano a fissarmi in attesa di dettagli.
«Beh! Che c’è?» replicai continuando a masticare «Abbiamo sorteggiato i nomi per formare le coppie di lavoro, ed io sono capitata con lui! Tutto qui!»
«Cavolo Camilla, ma tu sei baciata dalla fortuna!» esclamò Lily, «Lo sai quante ragazze avrebbero pagato pur di averlo come compagno di lavoro?» aggiunse April, «E’ sicuramente il ragazzo più bello e ambito della scuola, è un senior, è misterioso, taciturno,… insomma ha il fascino del bello e dannato. Te ne rendi conto?»
Me ne rendevo conto perfettamente. Come potevo darle torto? Mi presi solo qualche secondo per inghiottire la mela, cercando di apparire distaccata.
«Beh... non è proprio il mio tipo» dissi risoluta, «… e neppure Leo lo è!» mi affrettai a precisare decisa.
Lily inspirò profondamente assumendo un'espressione seria: «Okay! Diciamo che ti crediamo,... però sta attenta!» mi ammonì preoccupata, «I Danan hanno un forte ascendente sul genere femminile e una pessima, PESSIMA fama!»
«Non preoccuparti, ho tutto sotto controllo!» le risposi con un sorriso.
Niente di più falso, pensavo dentro di me. Come erano uscite quelle parole dalla mia bocca? Erano così lontane dalla verità. Dalla prima volta che avevo visto Brian, il suo pensiero non aveva fatto altro che insinuarsi nella mia mente come un tarlo, continuavo a sentirlo dilagare lentamente nella mia anima, sempre più a fondo.

Finalmente arrivò il venerdì. La mattina a scuola non riuscii ad incontrarlo neppure di sfuggita. Lo cercavo ad ogni cambio dell’ora, in mezzo allo sciame di studenti che andavano e venivano nei corridoi. Non lo vidi neppure a mensa. Non sapevo cosa pensare. Forse aveva cambiato idea? E se non lo aveva fatto? A che ora sarei dovuta andare a casa sua? Quando uscii da scuola ero completamente persa in una selva di dubbi.

«Ciao Camilla! Brian mi ha detto che vi vedete verso le quattro se per te va bene?»
Le parole di Leo furono la luce alla fine del tunnel. Finalmente l’incertezza era terminata. Leo mi aveva aspettato fuori dalla scuola, poggiato al tronco di un albero con quel suo solito sorriso furbetto cucito sulla bocca. Mentre attendeva la mia risposta lo osservai attentamente. Mi tornarono alla mente le parole di April sulle voci che circolavano a scuola. Non ci avevo mai fatto caso prima, ma forse poteva esserci un fondo di verità, magari quell’espressione strafottente era la sua arma di seduzione? Chissà...
«E perché non me lo chiede lui?» gli risposi un po’ seccata.
«Oggi non è venuto a scuola, doveva fare delle cose a Reno con suo fratello . Mi ha chiesto se potevo avvisarti.»
«Okay!» annuii soddisfatta dalla spiegazione, «Allora ci vediamo più tardi!»
«Ah Camilla!» mi richiamò quando mi ero già allontanata d’una decina di metri, «Mi ha detto di ricordarti che è più sicuro se resti sulla strada principale.»
Mi voltai a guardarlo aggrottando le sopracciglia interrogativa e Leo alzando le spalle disarmato aggiunse:  «Ha detto che avresti capito!»

♫(click tasto destro):  'Helena' by Giovanni Allevi

Alle quattro uscii di casa. Non volevo arrivare puntuale, temevo di apparire troppo ansiosa per quell’incontro. La casa dei Danan non era troppo lontana da quella di Mr. E Mrs.Stewart. Avevo chiesto indicazioni a Beth e lei era stata più che esauriente. Dovevo soltanto seguire la strada principale, direzione lago, fino al distributore di benzina e poi voltare la prima a sinistra seguendo il sentiero fino alla fine. Era una strada privata a fondo chiuso, non potevo sbagliare, e inoltre conservavo sempre un vago ricordo di quando vi ero stata due mesi prima ad accompagnare Leo.
Alle 4,12 ero davanti a casa Danan.
Prima di suonare il campanello mi soffermai qualche istante ad osservarla. Era grande, completamente realizzata in legno come quasi tutte le ville della zona, ma aveva un design decisamente moderno e singolare. Non era costituita da un unico blocco ben definito, sembrava formata dall’unione di più volumi fusi armonicamente tra loro e con la natura circostante. Ero disorientata e mi ci volle un po’ per raggiungere l’ingresso e suonare il campanello.
Vidi arrivare Leo, dietro la porta a vetri, sorridente e di buon umore come sempre.
«Eccoti finalmente! Ti aspettavamo!»
Contraccambiai il sorriso indugiando sulla soglia.
«Seguimi, ti porto da Brian!» esclamò sospingendomi dentro delicatamente, «E’ un po’ strana vero?» chiese voltandosi indietro a controllare le mie reazioni.
Oltre la porta si apriva un unico ambiente, enorme. Avanzammo lungo una sorta di pontile che lo attraversava perpendicolarmente. C’era un piccolo dislivello tra la zona ingresso-pontile ed il resto della casa, solo un paio di gradini, ma questa prospettiva dominante consentiva di avere un colpo d’occhio immediato sulla distribuzione degli ambienti. Sulla sinistra si trovavano la cucina e la zona pranzo, sulla destra il soggiorno e la sala televisione. Tutti e quattro gli ambienti erano accomunati dalla copertura a volta, in legno, che somigliava al coperchio di un carillon. Non c’erano muri divisori, nessuna schermatura: le diverse funzioni erano virtualmente separate da due enormi caminetti in pietra, a doppia apertura, posizionati come i fuochi di una ellisse rispetto alla pianta. Le fiamme scoppiettanti scaldavano tutti e quattro gli ambienti contemporaneamente. Le pareti attorno erano completamente vetrate, non c’erano muri, non c’erano quadri da ammirare, ma lo spettacolo del bosco innevato superava di gran lunga qualsiasi opera d’arte.


Percorremmo il pontile, immaginario asse di simmetria, fino a raggiungere il lato opposto. Da lì partiva una passerella in vetro che si snodava e si sdoppiava ripetutamente in mezzo al bosco, disegnando una sinuosa traiettoria tra gli alberi. Sembrava che tutta la casa fosse stata progettata e costruita seguendo il disegno tracciato dalla natura. La costruzione si adagiava morbida sulla superficie del bosco adattandosi alle sue forme.
«Sai che i primi tempi non riuscivo a dormire! Mi sentivo assolutamente minacciato da tutta questa ariosità!» mi confidò Leo mentre percorrevamo la passerella che degradava leggermente seguendo l’inclinazione del terreno.
«Eccoci!» esclamò fermandosi improvvisamente ad un bivio, «A sinistra c’è la stanza di Brian, a destra la mia. Vuoi vederla?» mi sorrise speranzoso.
«Scusa Leo ma sono un po’ in ritardo. Sarà per la prossima volta!» risposi osservando l’espressione delusa sulla sua faccia, «Promesso!» aggiunsi incrociando le dita a mimare il giuramento come fanno i bambini.
Imboccai la sinistra ammirando il panorama fantastico, la passerella scese ancora di qualche gradino, in alcuni tratti passava sull’acqua del lago. Era senza ombra di dubbio la casa più bella e singolare che avessi mai visitato.
Finalmente lo vidi. Brian era appoggiato con la schiena allo stipite della porta, le gambe incrociate e le mani in tasca. Quando gli fui vicina allungò il braccio sinistro per invitarmi ad entrare.
«Ti eri persa?» esordì sarcastico alludendo al mio ritardo e forse non solo a quello.
«Come avrei potuto?» risposi scimmiottando il suo tono ironico «Ho seguito la strada principale.»
Lo guardai negli occhi glaciali e per la prima volta mi sembrò di leggere una connessione Era un immaginario sottilissimo filo di intesa, fatta di cose non dette più che di cose reali, ma era pur sempre un’intesa.
«Puoi levarti il giubbotto se vuoi!» mi sollecitò sereno. Poi guardando le mie braccia incrociate sul petto aggiunse «Hai freddo? Vuoi che accendo il camino?»
Non attese neppure la mia risposta e si incamminò verso il centro della stanza. Un camino in ferro calava dal centro del soffitto di legno fino a 50 centimetri da terra, lo ruotò verso di se, e iniziò a sistemare i ceppi di legno che vi erano contenuti.
Osservavo quella stanza con curiosità soffermandomi sui minimi dettagli. La pianta sembrava ottagonale: i cinque lati visibili racchiudevano la camera, gli altri tre, schermati da un muro in pietra, immaginai dovessero contenere locali accessori e di servizio. Era una specie di piccolo bungalow indipendente. Dal muro in pietra che tagliava la pianta ottagonale fuoriusciva un lungo piano di vetro che fungeva da scrivania, due belle sedie girevoli dal design minimalista e sopra di esso una serie di mensole a tutta parete che sostenevano una enorme quantità di libri e CD. Ai lati della scrivania c’erano due porte. Il letto si trovava accostato alla vetrata sul lato opposto. Non c’erano altri mobili, neppure un armadio. Eppure lo spettacolo della natura che entrava dalle enormi vetrate laterali riempiva l'intera stanza. Quella casa definiva un confine sottilissimo tra interno ed esterno, appena percepibile, sentivo di essere tutt’uno con il bosco, con i suoi rami agitati dal vento, con le acque del lago appena increspate, con i raggi del sole che filtravano dalle chiome degli alberi. Ero senza parole, mi girava la testa tanta era l’emozione.
«Va un po’ meglio adesso?» mi chiese Brian riportandomi con i piedi per terra. Mi voltai verso il camino. I ceppi erano incandescenti e le fiamme sinuose si muovevano vigorosamente verso l’alto richiamate dal vento. Il calore del fuoco si diffondeva rapido nella stanza semivuota.
«Wow! Sei bravo con il fuoco. Scommetto che hai fatto il boy scout?» gli risposi impressionata dalla sua rapidità.
«Beh …» fece una pausa, «Sono trucchi del mestiere.» rispose sedendosi su una delle sedie davanti alla scrivania.
Lo raggiunsi e presi posto vicino a lui. L'apertura del camino era rivolta verso di noi, la temperatura era perfetta, mi tolsi il giubbotto e lo sistemai sullo schienale della sedia. Mi raccolsi i capelli dietro la nuca con un lungo fermaglio, come ero solita fare prima di mettermi a fare i compiti. Brian mi osservava con la coda dell’occhio.
«Da cosa vogliamo cominciare?» gli chiesi per rompere il ghiaccio.
Accese il computer davanti a sé e rispose «Facciamo un po’ di ricerche su internet?»
«Okay!»
Stavo stendendo i miei quaderni sulla scrivania, precisa e meticolosa come sempre, quando...
«Non vorrai mica metterti a scrivere? Possiamo stampare tutto quello che ci occorre» disse indicando la stampante poco più in là, «a meno che ...» fece una pausa e mi guardò sorridendo maliziosamente, «tu non voglia beneficiare ancora delle mie capacità pranoterapeutiche?»
Mi bloccai sulla sedia con le braccia incrociate, sapevo perfettamente a cosa stava alludendo.
«Non ho mai fatto nessuna richiesta di questo genere!» gli risposi contrariata.
«Tu credi?» mi disse mentre digitava sulla tastiera senza guardarmi, «Non tutte le richieste si fanno verbalmente. Mai sentito parlare del linguaggio del corpo?»
Inspirai profondamente. Stava di nuovo giocando come il gatto con il topo. Iniziavo a perdere la pazienza.
«Il linguaggio del corpo è di gran lunga quello più istintivo e sincero. Non ci sono sovrastrutture complicate, non ci sono trucchi,... il corpo si muove spinto dalle proprie pulsioni più intime e basta.»
«Beh è una buona idea! Perché non provi anche tu? Magari se stai un po’ zitto, ti osservo e capisco meglio quello che mi vuoi dire.» Gli risposi seccata.
Non mi guardò neppure, non mi degnò di risposta. Sorrise continuando a digitare qualcosa sul motore di ricerca.
«Avrai sentito parlare di comunicazione non verbale?» continuò impassibile, «...è quel tipo di comunicazione che trascende il significato letterale delle parole, ma comprende tutti gli altri aspetti di uno scambio comunicativo. La comunicazione non verbale viene generalmente suddivisa in quattro componenti,…» iniziò la spiegazione con tono autorevole, «c’è il sistema paralinguistico che studia il tono, la frequenza, il ritmo della voce, … le pause, … i silenzi. Poi c’è il sistema cinesico che studia i movimenti del corpo: i movimenti oculari, la mimica facciale, i gesti, la postura, …»
Ero al limite della sopportazione. Brian se ne accorse. Non ci voleva un grande esperto per decifrare il movimento compulsivo della mia gamba destra che sobbalzava velocemente o il tamburellare delle dita sul gomito sinistro. Si voltò con la sedia verso di me.
«… il terzo è l’aspetto prossemico, che analizza i messaggi inviati dal corpo in rapporto all’occupazione dello spazio che lo circonda.» mi guardò dritto negli occhi catturando tutta la mia attenzione, «Vedi… ognuno di noi tende a suddividere lo spazio che lo circonda in zone: quella pubblica per le occasioni ufficiali: comizi,... conferenze, … oltre i 4 metri di distanza. Quella sociale nella quale si interagisce con gli altri a distanze ... dai 3-4 metri fino ad un metro. La zona personale, ... da un metro a 50 centimetri, in cui si svolgono comunicazioni informali,» inspirò profondamente e aggiunse «...e infine c’è la zona intima,...»
Mi sentii trafitta dal suo sguardo, inchiodata alla sedia come una farfalla nella teca di un entomologo. Brian divaricò le gambe e, afferrati i braccioli della mia sedia, mi trascinò verso di sé fino a farmi sfiorare con le ginocchia la sua seduta, «… tra 0 e 50 centimetri,… di norma vengono accettati senza disagio al suo interno solo alcuni familiari stretti, … oppure … il partner .»
«Ciao Brian!» una voce alle mie spalle ci fece allontanare velocemente come due molle.
«Ciao mamma!»
«Perché non mi presenti la tua amica?» chiese cortesemente sua madre, in attesa sulla soglia della stanza. Era una donna bellissima, i capelli erano quasi argentati ma il suo viso sembrava incorrotto dal tempo. Probabilmente aveva avuto i suoi figli quando era ancora molto giovane, pensai, perché manteneva una freschezza invidiabile.
«Questa è Camilla, una compagna di studio.» precisò secco Brian.
«Piacere di conoscerla signora Danan.»
«Piacere mio!» rispose composta senza riservarmi troppa attenzione. Poi si rivolse a Brian alzando la testa altera, «Sono sorpresa! Non mi avevi detto che studiavi a casa oggi?»
«C’è altro?» tagliò corto Brian con un tono, così poco garbato, che mi fece sentire a disagio.
«Sono venuta solo a presentarmi. Devo ricordarti le buone maniere?»
Brian continuava a sostenere lo sguardo di sua madre in silenzio, sembrava irritato e insofferente, come se la mia presenza lo frenasse dal dire o fare cose che premevano dentro di lui in modo insostenibile.
«Piacere di averla conosciuta signorina!» aggiunse fredda apprestandosi ad uscire dalla stanza, «e ... Brian? Non scordare i tuoi … impegni, per favore.»
Si voltò verso la passerella e sfilò via veloce. Rimasi a guardarla attraverso le vetrate mentre si allontanava elegante come un'indossatrice. L’umore di Brian era pessimo. L’arrivo della madre aveva creato una forte tensione, aveva interrotto un momento che avrei definito a dir poco magico, ma mi era servito per osservarlo sotto una diversa angolazione. Anche lui aveva un lato vulnerabile. Sotto quell’apparente scorza dura, era pur sempre un adolescente davanti all’autorità dei genitori.
«Bene!» disse freddo tornando al computer, «Vogliamo continuare?»
«Aspetta un attimo! Qual è la quarta componente?»
«Cosa?» mi rispose sorpreso.
«Sì, … sto parlando della comunicazione non verbale. Credevi che non stessi ascoltando la tua illuminante lezioncina?» aggiunsi ironica.
Mi guardò sospettoso valutando la situazione. Si avvicinò alla mia sedia e allungò il braccio destro sfiorando la mia fronte con le dita.
«La quarta è l’aptica,» si interruppe sistemandomi una ciocca di capelli dietro l’orecchio, «… analizza i messaggi espressi tramite il contatto fisico.»
Sentii uno strano formicolio dietro l’orecchio e sospettai che provasse qualcosa anche Brian perché in quello stesso momento ci guardammo negli occhi per un lunghissimo e interminabile istante.
Lui era nella mia zona intima, ed io non mi sentivo affatto minacciata.

Quel pomeriggio trascorse fin troppo velocemente. Brian faceva le sue ricerche su internet ed io mi limitavo ad osservare lui e la sua stanza, respirando la natura che filtrava dalle vetrate per osmosi.
Mi aveva ammaliata. Malgrado gli avvertimenti di Lily e di April ero stata completamente irretita dalla sua personalità. Avevano ragione loro. Non era possibile resistergli e, per la verità, io non ci avevo neppure provato. Non avevo opposto la benché minima resistenza al suo fascino, e non avevo nessuna intenzione di farlo.
«Credo che possiamo finire qua per oggi, non credi?» mi disse d’un tratto destandomi dai miei sogni. Guardai l’orologio. Erano già le 7 di sera.
«Oh mio Dio!» mi alzai di scatto dalla sedia «Ho fatto tardi! A quest’ora gli Stewart si mettono a tavola per la cena.» strepitai raccogliendo le mie cose dalla scrivania frettolosamente per rifare lo zaino.
«Ti accompagno!» esclamò deciso alzandosi dalla sedia e porgendomi galantemente il giubbotto.
«Non importa, la conosco la strada, non disturbarti.»
«Conosco una scorciatoia. In tre minuti ti riporto a casa Stewart.» «D’accordo!» accettai titubante. Mi voltai avviandomi verso la porta, ma Brian mi afferrò il polso destro bloccando il mio passo a metà, «Da questa parte signorina.» mi sussurrò all'orecchio in modo volutamente affettato indicandomi la direzione opposta.
Aprì una delle vetrate della camera ed uscimmo sulla riva del lago. Brian si incamminò verso il bosco, ed io lo seguivo a un paio di metri di distanza. Era buio ormai e, malgrado la luce della luna, non appena Brian si addentrò nel fitto degli alberi non fui più in grado di stargli dietro.
«Brian! Aspetta! Non vedo più nulla!» lo chiamai con lo sguardo rivolto per terra nel tentativo di schivare gli ostacoli.
«Dammi la mano e segui i miei passi.» mi disse comprensivo. Sentii di nuovo quello strano formicolio quando mi afferrò la mano, ma mi affidai a lui fiduciosa. Ruotavo la testa a destra e sinistra cercando di focalizzare qualcosa, ma non riuscivo a distinguere niente. Intorno a noi era tutto completamente nero.
«Non vedo niente! Ho paura di inciampare in qualche sasso o di sbattere su un albero!» gli urlai paralizzata.
«Okay Camilla, facciamo così. Mettiti dietro di me, tieni gli occhi chiusi, afferra le mie mani e asseconda i miei movimenti. Fai finta di ballare!» mi suggerì.
L’idea di ballare con lui, si dimostrò un argomento particolarmente convincente.
Mi prese le mani stringendo delicatamente solo l’estremità delle dita. Le sue mani erano caldissime, nonostante la temperatura rigida della sera. Mi lasciai guidare senza opporre resistenza ma dopo una manciata di secondi, forse una ventina di metri, mi fermai di colpo costringendolo ad una brusca frenata.
«Brian? Ma tu come fai a vedere?» chiesi improvvisamente lucida e razionale. Aprii gli occhi sbattendo ripetutamente le palpebre nel tentativo di visualizzare Brian. C’era un bagliore flebile che lasciava appena intravedere la sua sagoma. Mi lasciò le mani e rimase fermo per qualche istante poi, lentamente, si voltò.
I suoi occhi brillavano come due stelle. L’iride, solitamente incolore, luccicava come una moltitudine di luci intermittenti, come le acque del lago quando riflettono la luce del sole. Mi fissava immobile, muto.
«Siamo quasi arrivati.» disse senza far trasparire nessuna emozione, poi riprese le mie mani e in una manciata di secondi eravamo nel piazzale degli Stweart.
Quando le luci della veranda di casa riabilitarono i miei occhi, Brian mi lasciò le mani.
«Ci vediamo Lunedì a scuola!» mi salutò calmo davanti alla porta. I suoi occhi erano di nuovo freddi e impenetrabili come al solito.
Avrei voluto fargli mille domande, ma la mia voce era sparita chissà dove. Annuii scuotendo la testa, Brian si voltò, si mise le mani in tasca e scomparve nel bosco che avevamo percorso assieme.

2 commenti:

  1. finalmente il nuovo capitolo!!!!!!!
    bello bello bello, l'ho letto tutto d'un fiato. sono contenta che finalmente tra Brian e Camilla sia partito qualcosa =)
    come si suol dire: "il mistero s'infittisce!"
    non vedo l'ora di leggere il seguito e di scoprire qualcosa di più sui Danaan. a presto ^^

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  2. -Ok, ormai io posto sempre con anonimo perchè non riesco + a postare con il mio nome(giangina).Ma passiamo al capitolo.. WOWWWWWWWWWW è davvero mooolto interessante, bellissimo sul serio, finalmente succede qualcosa tra quei 2, spero che lui si faccia avanti..
    Non vedo l'ora di leggere il prossimo capitolo,perchè sono rimasta con un punto interrogativo gigante accanto alla testa!!! Brava!

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