capitolo 14

 
Quella mattina avevamo appuntamento a scuola prima del solito. Benché il viaggio per raggiungere Sugar Pine Point State Park non fosse poi così lungo, Mr.Wilson aveva insistito per partire alle 7,30. Il nostro programma era così denso, ci aveva detto per giustificare la levataccia, che non potevamo permetterci di perdere tutta la mattina in viaggio.


Mi svegliai alle 6,30; quando mi guardai nello specchio del bagno stentai a riconoscermi. I miei occhi gonfi denunciavano palesemente le poche ore di sonno e il super lavoro al quale li avevo sottoposti la sera precedente. Avrei sicuramente indossato i miei occhiali a specchio, non avevo altra scelta.
Gli Stewart dormivano ancora, in silenzio raggiunsi la cucina. Beth mi aveva sistemato la tavola: frutta, biscotti, cereali e tutto l'occorrente per una colazione equilibrata.
L’apparecchiatura era impeccabile come sempre, sotto al piattino della tazza sbucava un bigliettino rosa:

Mangia qualcosa prima di andare.
Farà freddo!
Beth

Sorrisi compiaciuta. Beth aveva sempre pensieri gentili verso tutti, la consideravo una persona davvero speciale, dotata di una sensibilità fuori dal comune. La sua apprensione per la mia salute mi riscaldò il cuore trasportandomi inevitabilmente nei miei ricordi.
Era una nostra abitudine; mia madre ed io ci lasciavamo sempre bigliettini sparsi per tutta la casa. I nostri orari non sempre coincidevano, così, quando non ci incontravamo a colazione a pranzo o a cena, eravamo abituate a comunicare con messaggi affidati a piccoli fogliettini adesivi. Rimanevano attaccati per settimane infestando pareti e mobili, la casa sembrava abitata da maniaci compulsivi che affidavano la comunicazione ai post-it e ogni tanto dovevamo dedicarci a ripulirla.
Quando riemersi dall’onda nostalgica dei ricordi mi accorsi che dovevo affrettarmi; afferrai due biscotti e uscii in fretta da casa.

Nel piazzale della scuola c’era già un nutrito gruppo di studenti. Man mano che i ragazzi arrivavano e prendevano posto sugli autobus della scuola, Mr.Wilson e Mrs.Haywood depennavano i loro nomi dalla lista.

«Buon giorno!» salutai educatamente.
«Oh buongiorno signorina Alinari!» mi salutò Mrs.Haywood cordiale, mentre Mr.Wilson si occupava di cercare il mio nome sull'elenco.
Mi avviai verso l’autobus infreddolita, con le braccia incrociate come una morsa davanti al petto.
«Camilla! Da quella parte per favore!» mi richiamò l’insegnante indicandomi l’altro autobus, «Tu sei sul numero 2!»

Cambiai direzione come un automa; deviai verso l’altro lato del piazzale, dove il secondo autobus sostava già con il motore acceso, coprendo uno sbadiglio improvviso con la mano destra. Leo, seduto accanto a Tian, mi sorrideva dietro uno dei finestrini. Dietro di lui, accanto a Louise Barcley, era seduto Ian che mi guardava accigliato come sempre. Ognuno sembrava trovarsi vicino al proprio compagno di studi. Sorrisi visibilmente soddisfatta: non mi restava che cercare Brian.
Sapevo che, se non fosse stato per la decisione degli insegnanti, Brian avrebbe preferito tenersi a debita distanza, del resto ci era riuscito perfettamente per tutta la settimana, evitando accuratamente ogni occasione d’incontro. Ma quell’inaspettato aiuto del destino era provvidenziale. Salii sull’autobus con un po’ di agitazione, Brian sedeva in fondo, nel posto centrale. Teneva le gambe leggermente divaricate, la schiena sprofondata comodamente nel seggiolino, ma i suoi occhi erano attenti e puntati dritti verso il piazzale dove stava continuando lo smistamento dei ragazzi.
Seguii il suo sguardo incuriosita. Jago e Glenda stavano discutendo animatamente con Mrs.Haywood.
Sembravano piuttosto contrariati, la discussione si protrasse per un po', ma alla fine i due salirono sull’autobus numero 1 sbuffando visibilmente. Brian rilassò improvvisamente i tratti del viso e si girò a guardarmi mentre avanzavo verso di lui nel corridoio centrale.

«Ciao Camilla!», «Buongiorno!» mi salutarono Leo e Tian che si trovavano seduti a metà altezza.
«Leo, Tian, Louise,…» risposi facendo un cenno con la mano e dopo un attimo d’esitazione aggiunsi: «…Ian, buongiorno a tutti!»
Come previsto Ian non contraccambiò il mio saluto ma Louise, educata come sempre, rispose: «Ciao Camilla! Credo che Brian ti abbia riservato un posto in fondo!»
Sorrisi compiaciuta leggendo il disappunto sul volto di Ian, «Grazie Louise!» le risposi cortese.

Raggiunsi Brian in fondo all’autobus. Quando gli fui davanti attesi qualche istante pazientemente che si spostasse per consentirmi di sedere di lato. Sostenni il suo sguardo: era calmo e sorridente, ma non accennava alcun movimento.
Alla fine chiesi acida: «Mi fai posto, o no?»
Niente, non si mosse. Dio come odiavo quel suo modo di fare! Se ne stava lì a fissarmi con la precisa intenzione di farmi spazientire.
«Allora? Devo cercarmi un altro posto?» incalzai cercando di non cedere alle sue provocazioni.
«Okay ho capito!» sbuffai scocciata voltandomi verso la parte anteriore dell'autobus. Avvistai un posto libero in terza fila, ma non appena feci un passo avanti Brian mi afferrò il polso facendomi voltare. Spostò la gamba sinistra quasi con rassegnazione e mi tirò a sé per farmi accomodare accanto a lui.
Scossi il braccio violentemente per liberarmi dalla sua presa, ero infastidita dai suoi continui sbalzi d’umore. Mi sedetti nel posto vicino al finestrino lasciando di proposito un posto vuoto tra noi, poi con uno scatto di rabbia ci gettai il mio zaino.
«Perché deve essere sempre tutto così difficile con te!» esclamai esasperata.
Brian osservava i ragazzi che stavano prendendo posto sull’autobus, era distaccato e neppure mi rispose. Tutto il compiacimento che avevo provato all’idea di stargli vicino, alla possibilità di potersi confrontare, svanì come una bolla di sapone. Se lui non voleva parlarmi, cosa ci potevo fare?
Non potevo continuare ad elemosinare la sua attenzione, era troppo umiliante, ed io conservavo ancora un po’ d’amor proprio dopotutto. Decisi che avrei usato le sue stesse armi: l’indifferenza era la peggiore vendetta che mi veniva in mente. Tirai fuori le cuffie, le piantai decisa nei padiglioni auricolari e alzai il volume della musica fino al limite della sopportazione fisica dei miei timpani. Mi rannicchiai sul sedile, voltandomi intenzionalmente verso il finestrino e, nascosta dalle lenti a specchio, chiusi gli occhi isolandomi nel mio mondo di liriche.

I fiocchi di neve scendevano dal cielo così fitti che non si riusciva a vedere quasi niente. Cadevano a terra morbidi dopo avere danzato a lungo nell’aria trasportati dal vento
Erano bellissimi. Puri, candidi, perfetti nella loro irregolarità. Alcuni piccolissimi si agitavano veloci tracciando inaspettate traiettorie, altri sembravano grossi batuffoli gonfi e cotonati, si muovevano lenti e rassegnati verso il basso, concedendosi solo qualche rotazione su stessi.
Era una di quelle nevicate che rasserena l’anima. C’era calma, silenzio, la neve copriva tutto di bianco, ineluttabilmente.
Era freddo. Iniziavo a sentirlo penetrare nelle mie ossa, sempre più in profondità. Il sangue rallentava nelle mie vene seguendo il ritmo del cuore, mi raccolsi su me stessa per conservare quel poco tepore che era sopravvissuto. Il vento mi attraversava i capelli spazzando via tutti i brutti pensieri. Mi sentivo finalmente sgombra, libera, felice. La neve cadeva lenta sopra di me come un mantello: bianco, e ancora bianco. Bianco su bianco. Solo bianco e candore attorno a me, io stessa ero tutt’uno con il bianco della neve. Ero una statua di ghiaccio sotto una coltre di neve bianca.

Aprii gli occhi turbata da quell’ultima immagine. Un sogno, era solo un sogno per fortuna. Ne presi coscienza rasserenandomi, ma in una frazione di secondo passai dal sollievo allo sgomento. Brian mi stava carezzando delicatamente i capelli che ricadevano morbidi sulla sua gamba.
Dovevo essermi addormentata durante il viaggio, pensai, forse le poche ore di sonno della notte precedente si erano fatte sentire. Avevo perso ogni contatto con la realtà e, ritrovarmi sdraiata con la testa poggiata sulle sue ginocchia senza ricordare come ci ero arrivata, mi fece sentire a disagio.
Sarei rimasta volentieri a farmi carezzare i capelli per il resto del giorno, ma mi parve di leggere nel movimento delle sue dita un attimo di incertezza.
Forse Brian si era accorto che non ero più assopita; non potevo indugiare oltre.
Mi sollevai lentamente; mi accorsi che mi aveva coperta con il suo giubbotto quando, riacquistata la posizione eretta, cadde sulle mie ginocchia. Lo raccolsi e lo consegnai nelle sue mani.

«Siamo quasi arrivati» disse guardandomi stranamente pensieroso.
«Davvero? Ma quanto ho dormito?» risposi realmente stupita.
«Beh non saprei» si schiarì la voce indugiando con lo sguardo sui miei occhi, sulla bocca, sul collo e sui capelli «A me è sembrato solo un attimo» concluse a voce bassa.
Mi sembrò la cosa più tenera che avessi mai sentito, la più tenera che mi avevano detto e certamente la più appropriata in quella circostanza.
«Perché non può essere sempre così tra noi?» gli sussurrai addolcita dalle sue affermazioni.
«Non può, non deve... e non lo sarà mai più!» disse definitivo distogliendo veloce lo sguardo.
«Ti prego Brian, dovrai pur darmi qualche spiegazione!»
«Non ho niente da dire» continuò scostante.
«Cosa c’è che non va?»
«Niente!»
«Non puoi continuare con questo tira e molla. Cos’è un gioco?»
«Hai ragione, hai ragione. Non succederà più!» tagliò corto mentre già si preparava a scendere con lo zaino in spalla.
«Perché fai così?» inspirai amareggiata, «Ti diverte ferirmi?»
Si voltò, serio e un po’ accigliato.
«Muoviti fratello!», «Siamo quasi arrivati!» lo richiamarono gli amici dalle file davanti.
Brian mi guardò, gli occhi vitrei e inespressivi, «Vorrei davvero poterlo non fare» disse con un filo di voce. Poi si allontanò velocemente da me.


Il programma della giornata, come Mr.Wilson aveva preannunciato, si rivelò realmente denso d’impegni. La prima tappa fu la visita al Centro Ambiente e Territorio.
Scendemmo tutti dagli autobus lieti di poterci finalmente sgranchire le gambe. Brian, come previsto, raggiunse Ian e gli altri del gruppo, Jago e Glenda si unirono subito a loro. La loro presenza non mi piaceva affatto. C’era qualcosa nel modo in cui lei lo guardava che mi infastidiva terribilmente. Ero quasi certa che quella ragazza nutrisse sentimenti nei confronti di Brian che andavano ben oltre la semplice amicizia di lunga data. Era così maledettamente bella e perfetta, che mi restava difficile anche immaginarmi in competizione con lei.
Mi tenevo a debita distanza cercando di non perderli mai di vista, tenevo gli occhi fissi su Brian osservando tutte le sue mosse.
Nel pomeriggio partimmo per un’escursione sulla riva del fiume, con l'intento di sondare il territorio risalendo verso la fonte. Gli organizzatori ci fornirono scarponcini e sci e così equipaggiati ci inoltrammo lungo il sentiero tracciato. Avevo delle perplessità sulle mie capacità con lo sci di fondo, mai praticato in vita mia, ma quando le esternai a Mr.Wilson lui mi rispose secco: «Se sai camminare allora puoi farlo anche con gli sci ai piedi.» All'apparenza era una logica forse un po' sempliciotta ma risultò efficace a scacciare tutti i miei timori.
Il binario che dovevamo seguire era in effetti così ben tracciato che mi resi conto che le mie preoccupazioni non avevano motivo di esistere. Gli sci erano praticamente vincolati a seguire fedelmente il percorso. La neve mi arrivava fin sopra le caviglie e, anche volendo, non avrei potuto cambiare strada. Il ruscello scorreva sinuoso in mezzo al bosco innevato. In alcuni tratti eravamo così vicini che si poteva vedere, in altri il sentiero si allontanava dal letto del fiume per inoltrarsi nel bosco. In quel silenzio assoluto, si riusciva a sentire il rumore vivace dello scorrere delle acque gelide, che si rincorrevano ansiose per raggiungere la meritata pace nel lago Tahoe. Mi rammaricai di non poter godere di quello spettacolo della natura in completa solitudine. La gita scolastica era divertente, ma non mi consentiva di immergermi completamente in quel luogo incantato, che tanto mi affascinava. Inoltre ero così concentrata sui miei piedi, impegnata a mantenere il giusto ritmo con gli sci per non risultare di intralcio ai ragazzi che mi stavano dietro, che non ero ancora riuscita a scattare nessuna foto. Eravamo disposti in una lunga fila assurdamente scoordinata. Alla testa della colonna c’era Mr.Wilson, che ogni tanto bloccava l’avanzata per farci ammirare qualche aspetto naturalistico di particolare rilevanza, Mrs.Haywood si era strategicamente collocata a metà fila per fungere da altoparlante per l'ultimo gruppo dei ragazzi.
Durante il trambusto della vestizione con l’attrezzatura da sci di fondo avevo perso di vista Brian. Molto probabilmente doveva trovarsi tra i primi della fila perché, malgrado i miei sforzi, non ero più riuscita a vederlo.
Ci fermammo nuovamente, e mentre Mrs.Haywood ci forniva spiegazioni sulle varietà di alberi della zona, ne approfittai per mollare i bastoncini al lato del sentiero e tirare fuori la mia macchina fotografica per qualche scatto.

«Sei proprio un'appassionata tu!»
Una voce sconosciuta mi sorprese alle spalle. Mi voltai di qualche grado verso destra, stando attenta a non perdere l’equilibrio sugli sci, e indagai con la coda dell’occhio. Non appena riconobbi Glenda mi rimisi ad osservare il panorama dall’obbiettivo in cerca dell’inquadratura migliore.
«Hai scattato un sacco di foto da stamattina! Qual è il tuo soggetto preferito?»
Notai un’incrinatura nella sua voce; c’era una vena di malizia in quella domanda o forse era soltanto la mia coscienza colpita nel vivo che mi faceva sentire a disagio? Non potevo certo confessarle che più di tre quarti delle foto scattate durante la giornata, riguardavano Brian e indirettamente anche lei, visto che gli era stata incollata addosso tutto il giorno.
«Cerco di documentare al meglio ogni tappa dell’escursione» risposi con noncuranza. Poi aggiunsi per rendere più credibile l’affermazione: «Spero sia utile per la stesura dell’articolo.»
«Ma quanta devozione! Sono ammirata!» Questa volta non avevo dubbi, il tono della sua voce era palesemente contraffatto. Stava cercando volutamente di provocarmi.
«Magari potresti passarmi qualche scatto che pensi di non usare, … sai ci potrebbe servire un aiuto visto che abbiamo iniziato a lavorare al progetto Washoe con qualche settimana di ritardo!»
Mi voltai a guardarla che ancora non aveva terminato la frase. Si stava sistemando le bionde ciocche di capelli che le uscivano dal cappellino di lana.
«Ci sono ancora un sacco di mesi per lavorare, … credo proprio che non ne avrete bisogno.» Le risposi scimmiottando il suo tono di voce impostato.
Mi guardò fissa negli occhi, l’aria di sufficienza che aveva dipinta sul viso fino a pochi istanti prima era svanita. Nei suoi occhi glaciali intravidi qualcosa di malvagio. Era la seconda volta che succedeva e di nuovo ebbi il cattivo presagio che prima o poi avrei dovuto scontrarmi con quella ragazza.
«A proposito, non mi sono presentata, io sono Glenda …» riprese con fare suadente. «Una cara amica di famiglia dei Danan.» Disse quel nome abbassando il tono della voce e sorridendo stese il braccio per stringermi la mano.
«Piacere, io sono Camilla.» risposi al suo saluto educatamente.
«Mio fratello Jago ed io ci siamo appena trasferiti per motiviii … di famiglia. Per fortuna che possiamo contare sull’amicizia dei Danan» insinuò maliziosa.
«Anch’io sono nuova qui, mi sono trasferita solo da qualche mese, abbiamo qualcosa in comune!» le risposi pacata facendo finta di non cogliere le allusioni.
«Beh, forse abbiamo anche altro in comune, chissà?» Ancora una volta quel tono basso della voce. Non erano solo mie elucubrazioni mentali, ne ero sicura. Glenda mi stava elegantemente minacciando. Voleva marcare il suo territorio, il messaggio era chiaro: Brian Danan è affare mio! Rimisi in tasca la macchina fotografica e afferrai i bastoncini in fretta, la fila aveva già ripreso a marciare sul sentiero dietro all'impavido Mr.Wilson.

Per il resto della passeggiata, sentii la presenza di Glenda incombere alle mie spalle come una vera e propria catastrofe. Non mi voltai a guardarla, ma sentivo la sua presenza minacciosa, i suoi occhi pronti a pungermi come fossero spilli.
Quando finalmente tornammo alla Herman Mansion, mi sentii sollevata.
Brian si era già cambiato, stava sotto al portico della casa, poggiato ad uno dei pilastri con lo sguardo cupo. Avvicinandomi mi resi conto che non stava fissando me, il suo sguardo era diretto verso qualcosa o qualcuno dietro alle mie spalle.
«Che fine avevi fatto Glenda?» disse bruscamente fugando in un istante tutti i miei dubbi.
«Oh scusa, … mi sono attardata e sono rimasta indietro,… però … ho conosciuto una tua amica...hmmm... Camilla, giusto?» Brian mi scrutò velocemente.
«Non ci crederai ma ho scoperto che ha una vera passione per la fotografia. Beh, ma forse lo sapevi già, non è la tua compagna per il progetto Washoe?» chiese falsamente interessata ad una risposta che già conosceva.
Brian non rispose. Continuava a guardarla truce, anche se Glenda non sembrava minimamente disturbata da tale trattamento.
Dopo una manciata di interminabili secondi le disse freddamente: «Jago ti sta cercando» poi si voltò e raggiunse Ian e gli altri che stavano per entrare in casa.

La sala grande della Herman Mansion era calda e accogliente. Sulla parete in fondo un enorme camino dominava l’intero ambiente. Il fuoco era vivace e scoppiettante e il bagliore intermittente delle fiamme, che lambivano grossi ciocchi di legno, rendeva l’atmosfera perfetta. Alcuni dei ragazzi presero posto nei divani e nelle poltrone rivestiti di velluto azzurro, altri si sistemarono a terra sui tappeti persiani in lana: tutti raccolti davanti al camino. Ci venne servita una bella cioccolata calda, con il duplice scopo di rinfrancare lo spirito e il corpo stanco e infreddolito.
Mr.Smokey si era seduto in posizione centrale, di fronte al camino. Si schiarì la voce e cominciò a raccontare.

«Stasera parliamo del valore delle leggende. Come abbiamo già detto, la tribù Washoe non aveva un linguaggio scritto, quindi il racconto delle storie era l’unico modo per tramandare le conoscenze e le esperienze di generazione in generazione. I ragazzi washoe apprendevano le informazioni sulla loro gente, sulla loro terra e sulla loro cultura, ascoltando le leggende. Gli anziani della tribù, raccontavano le storie che avevano a loro volta ascoltato narrate dai loro genitori e dai loro nonni. Alcune leggende spiegano come gli Washoe sono arrivati sulla terra, alcune testimoniano eventi importanti nell’evoluzione della tribù, altre servivano solo come intrattenimento, e infine c’erano quelle dedicate all’insegnamento dei bambini. Queste storie, narrate prima che tutti si ritirassero per dormire, illustravano comportamenti saggi o sprovveduti e usavano personaggi animali per catturare l’interesse dei bambini. Ci sono ...»
Mentre ascoltavo affascinata la voce roca ed evocativa di Mr.Smokey non riuscivo a staccare gli occhi da Brian.
Era seduto sul divano tra Ian e Glenda. Non potevo fare a meno di provare un po’ di invidia per quella ragazza perfetta che riusciva sempre a monopolizzare la sua attenzione.
Approfittando della scarsa disponibilità di posti a sedere, Glenda si era fatta largo sul divano, già sovraffollato, insinuandosi tra Brian e Tian. La mancanza di spazio le consentiva di spalmarsi su Brian senza sollevare commenti maliziosi, anche se, ne ero quasi certa, in caso contrario non le avrebbe dato alcun fastidio.
Benché fossi seduta di fronte a loro, sul divano opposto, Brian sembrava non accorgersi della mia presenza. Parlottava con Ian e si lasciava sistemare i capelli da Glenda. Non riuscivo a tollerarlo. Sentivo la rabbia che mi montava dentro e cercai di distrarmi focalizzandomi sul racconto di Mr.Smokey.
«… la tradizione dice che molti anni fa, molto tempo prima che arrivasse l’uomo bianco, il cielo diventò scuro e la terra cominciò a muoversi. Quando la montagna venne giù, molti della tribù Washoe, che vivevano alla sua base, furono seppelliti dai detriti e dalla sabbia. I sopravvissuti lasciarono l’area, che da quel momento è diventata tabù per gli Washoe».
«Come potete notare di tutte queste leggende è possibile farne una lettura lucida e razionale» lo interruppe prontamente Mr.Wilson. «Se trascendiamo dalle sfumature puramente narrative, è assolutamente plausibile che, in passato, vicino a Slide Mountain, sia avvenuta una frana che ha decimato la popolazione locale, e che questa leggenda sia stata tramandata, di generazione in generazione, solo per avvertire che quella era una zona soggetta a frane, e quindi da evitare per futuri accampamenti» fece una breve pausa e riprese convinto: «Certo, mi rendo conto che è molto più cinematografico il racconto di Mr.Smokey,...» si girò verso di lui sorridendo, «Ma quello che voglio farvi capire è che in ogni leggenda è racchiuso un messaggio concreto e palpabile che gli Washoe hanno voluto tramandare alle generazioni future come un vero e proprio insegnamento di vita».
Mr.Smokey annuiva concordando con la spiegazione di Mr.Wilson.
Mi tornò alla mente la leggenda degli spiriti della natura che tanto mi aveva colpito una delle prime riunioni organizzate per il progetto Washoe.
Sfogliai in fretta il mio quaderno degli appunti per ritrovare la pagina giusta.
«Mi scusi Mr.Wilson?» alzai la mano chiedendo la parola.
«Sì? Dica pure signorina Alinari».
«Quale lettura possiamo fare della leggenda degli spiriti della natura?» mi soffermai per leggere i miei appunti sul quaderno. «Quelliii … dalle sembianze umane che giunsero dal cielo per aiutare gli Washoe a salvaguardare Lake Tahoe?»
Ci fu un momento di silenzio. Mr.Wilson mi guardò perplesso, alcuni ragazzi aggrottarono le sopracciglia come se non sapessero di cosa stessi parlando. Brian mi guardò attonito.
«Si ricorda?» mi voltai verso Mr.Smokey in cerca di aiuto. «Ne ha parlato durante una delle prime lezioni!»
«Mr.Smokey se vuole rispondere lei?» intervenne Mr.Wilson visibilmente imbarazzato dal non riuscire a dare una delle sue tanto amate spiegazioni razionali.
Mr.Smokey mi sorrise. «Cara ragazza, c'è sempre un'eccezione che conferma la regola, talvolta nella vita bisogna rinunciare a dare spiegazioni razionali a quello che ci circonda. Questo non vuol dire che solo perché non possiamo comprenderlo, definirlo ed etichettarlo, con i mezzi e le conoscenze che abbiamo, questo non è reale. Al mondo ci sono diverse verità, alcune sono alla nostra portata, altre no!»
«Ma allora che spiegazione ne darebbe?» incalzai determinata.
«Ho smesso da tempo di voler dare spiegazioni a tutto; davanti ad alcuni fenomeni mi limito ad osservare» fece una breve pausa inspirando profondamente. «La scorsa settimana, per esempio, c’è stato un forte temporale su Lake Tahoe, del tutto inaspettato. Immagino che lo avrà visto?»
«Hemm...sì.» risposi freddamente fingendomi distaccata, mentre la mia mente ripercorreva le tappe di quel pomeriggio con Brian.
«Lei forse non lo sa, ma questa zona è immune dai temporali, dai fulmini, dai tuoni. Lake Tahoe è protetto dalle cime delle montagne che gli fanno da scudo e lo isolano dal maltempo. Eppure, l’intera zona era pervasa da una energia fortissima, tuoni e fulmini hanno imperversato sull’intero bacino inspiegabilmente».
Si interruppe guardandomi negli occhi e sorrise: «Io non riesco a dare una spiegazione razionale a quel temporale improvviso, ma questo non lo rende meno reale».
Mi sentivo il sangue raggelare nelle vene, fissavo Mr.Smokey incredula. Cos’era successo veramente quel sabato pomeriggio?
«Okay ragazzi per oggi finiamo qua» tagliò corto Mr.Wilson quasi infastidito dalla piega che aveva preso il discorso.
Guardai verso Brian cercando risposte nel suo sguardo, ma lui se ne stava a testa bassa, passandosi una mano tra i capelli per sistemarli indietro. Solo dopo, mi accorsi che l’altra teneva stretta la mano di Glenda.
Fu come ricevere una stilettata in pieno cuore. Come poteva stringerle la mano? Ma soprattutto, come poteva farlo davanti ai miei occhi? La similitudine del temporale, usata da Mr.Smokey nella sua risposta, doveva avergli fatto ripensare al nostro bacio nel bosco. Come poteva essere così insensibile?
Mi alzai di scatto e raggiunsi velocemente la porta. Avevo bisogno di aria fresca.
Respirai profondamente ad occhi chiusi un paio di volte. Mi imposi di non piangere, ma la rabbia era tanta e tale che sembrava volesse esplodermi dentro. Mi abbassai gli occhiali a specchio temendo che qualche lacrima potesse tradire il mio stato d’animo.

«Signorina? Mi scusi...» Mr.Smokey mi toccò la spalla delicatamente per richiamare la mia attenzione. «Volevo dirle che se è interessata ad approfondire l’argomento, all’Università di Reno c’è una sezione della biblioteca dedicata alla Tribù Washoe. Se non sbaglio c’è anche una raccolta di leggende che le potrebbero interessare».
In quel momento Brian e Glenda mi passarono davanti. Si tenevano per mano, spudoratamente. Lui guardava avanti, lo sguardo vacuo, lei si voltò appena verso di me, un movimento quasi impercettibile, quel tanto che bastava per sfoggiare il suo infido sorrisetto. Significava una sola cosa: Vittoria!
«Grazie infinite» gli risposi distogliendo lo sguardo da Glenda e Brian.
«Prego. Ma si ricordi quello che le ho detto: non si può spiegare tutto. A volte non si trovano risposte, o almeno non quelle che vorremmo trovare».
«Grazie Mr.Smokey, lo terrò presente».

Salimmo sugli autobus per raggiungere l’albergo dove avremmo dovuto pernottare. C’era stato un cambiamento di programma all’ultimo minuto. Era caduta tanta di quella neve, negli ultimi due giorni, che Mr.Wilson aveva rinunciato al campeggio in favore di una più comoda sistemazione in albergo. Mi sentivo così tradita e nauseata che mi accomodai sul primo posto libero che riuscii a trovare, senza cercare Brian con lo sguardo come ero solita fare.
Il tragitto fu breve, ci consegnarono le chiavi delle camere senza farci aspettare, ed ebbi la fortuna di condividere la stanza con Louise. Era una ragazza discreta, gentile e disponibile, quanto bastava a garantirmi una serata tranquilla. Quando arrivò l’ora di cena le comunicai che non avevo appetito, che non mi sentivo molto bene e che preferivo rimanere in camera per andare a letto presto.
Dopotutto non era una bugia. Avevo un leggero mal di testa, e l’idea di assistere, durante la cena, allo spettacolo di Glenda e Brian che si scambiavano effusioni mi dava il voltastomaco solo a pensarci.
Mi feci una lunga doccia calda e rigenerante. Quando uscii dal bagno, avvolta nell’asciugamano, sentii bussare alla porta.
«Un attimo! Arrivo!» mi affrettai ad infilarmi il pigiama per rendermi presentabile. Aprii la porta con i capelli che ancora gocciolavano.
Non c’era più nessuno. Sul pavimento del corridoio, davanti alla porta, c’era un vassoio: un sandwich e un bicchiere di latte. Mi chinai a raccoglierlo e lo poggiai sul letto.
Forse Louise si era presa il disturbo di portarmi qualcosa da mangiare, era sempre così premurosa che doveva essersi preoccupata di non farmi saltare la cena.
Mi infilai a letto e addentai il sandwich, ma il mio stomaco era completamente chiuso. Bevvi un sorso di latte per mandar giù il boccone, e sprofondai nel cuscino esausta, sconfitta e addolorata.

La mattina seguente alle 7,30, dopo dodici ininterrotte ore di sonno disturbato da mille ricordi e pensieri, mi svegliai più stanca di quando mi ero coricata.
Lo stomaco invece cominciava a reclamare la prolungata astinenza. Mi vestii in fretta e scesi in sala colazioni senza svegliare Louise che dormiva beata nel suo letto.
Scelsi un tavolino tondo vicino alla finestra per godere appieno del panorama del lago, unico come sempre. Il sole chiaro della mattina, amplificato dal candore della neve, mi ferì gli occhi; il cielo era limpido e sereno, l’acqua del lago sembrava uno specchio, non c’era neppure un’increspatura. Niente vento, pensai.
Mi diressi verso il buffet e riempii una tazza di latte e cereali. Con le prime cucchiaiate misi a tacere il brontolio del mio stomaco. A poco a poco la sala cominciò a riempirsi. I ragazzi scendevano dalle loro stanze piuttosto assonnati, forse avevano fatto tardi la sera prima, chissà? Non avevo voglia di parlare con nessuno, e speravo che la scelta appartata del tavolino mi consentisse di passare inosservata. In un momento di calma, quando tutti sembravano impegnati ai propri tavoli con le colazioni, tornai a riempire la mia tazza di cereali.

«Ciao Camilla! Ti senti meglio stamattina?» la voce calda e sincera di Leo mi rasserenò all'istante.
«Oh, sì grazie! Avevo solo un po’ di mal di testa» gli risposi a bassa voce.
«Non sai cosa ti sei persa, siamo rimasti alzati fino a tardi a cantare, è stato molto divertente, non è vero Brian?»
Di nuovo lei: Glenda. Il suono inconfondibilmente allusivo della sua voce mi chiuse lo stomaco togliendomi l’appetito.
Mi voltai verso Leo inspirando profondamente, non volevo incrociare lo sguardo di Brian. L’espressione sul mio viso doveva essere dichiaratamente infastidita; a Leo bastò guardarmi solo un istante per leggermi nel pensiero.
«Scusate ragazzi ma dobbiamo proprio andare...» esclamò Leo. Prese la mia tazza dalle mani e la poggiò sul tavolo, mise il suo braccio protettivo sulle mie spalle senza farmi voltare. «Stamattina avevo promesso a Camilla di portarla a fare una passeggiata. Ci vediamo più tardi!»
Avrei voluto avere il coraggio di girarmi per guardarlo dritto negli occhi. Chissà se anche lui provava un po’ di fastidio nel vedermi vicina ad un altro?

Mr.Wilson e Mrs.Haywood ci avevano accordato la mattinata libera per familiarizzare con il territorio del parco liberamente. Leo era più che mai deciso a tenermi compagnia: premuroso, gentile e pieno di attenzioni come sempre. Forse le voci che giravano per la scuola non erano così sbagliate: ora che lo osservavo meglio non potevo fingere di non notare che mi riservava un trattamento e un'attenzione particolare.
Ci incamminammo lungo il sentiero che portava al lago. Leo era allegro, cercava di tenere viva la conversazione praticamente da solo. Aveva intuito il mio stato d’animo e provava a distrarmi con ogni mezzo a sua disposizione.
«Camilla?» mi disse cambiando tono quando arrivammo in prossimità del pontile.
«Sì!»
«Ne possiamo parlare se vuoi?»
«Di cosa?»
«Ascolta, non voglio forzarti, ma non sono cieco! Ho capito che c’è qualcosa che non va tra te e Brian!»
Feci un grande respiro e mi fermai nella parte finale del pontile. Mi sedetti sul bordo lasciando dondolare le gambe penzoloni. Leo mi assecondò accomodandosi accanto a me.
«Scusa Leo ma non saprei proprio da cosa cominciare».
«C’è stato qualcosa tra voi?» domandò preoccupato inarcando le sopracciglia in attesa della risposta che aveva già intuito.
«Credevo di sì, … ma visto il suo comportamento direi che forse ho preso un abbaglio!»
«Ti riferisci a Glenda?» mi chiese sicuro. «Forse non dovrei dirtelo, ma da quando sono arrivati loro Brian è molto cambiato, e anche in casa si respira un’altra aria».
«Che vuoi dire?» domandai incuriosita.
«Non è facile da spiegare, ma c’è una tensione che qualche settimana fa non avvertivo. Prima erano tutti molto rilassati e disponibili, adesso Ian, Brian e Mrs.Danan quasi non si parlano».
«Oh! Capisco. E tu che idea ti sei fatto?»
«Nessuna. Ma una cosa è certa, … è Glenda che gli si è incollata addosso, … non il contrario».
«Beh, … lui non fa proprio niente per allontanarla però!»
«Ma ti sembra felice? Guardalo bene, sembra che sconti una penitenza tutte le volte che le stringe la mano».
Come potevo spiegargli che non riuscivo neppure ad alzare lo sguardo per incrociare i suoi occhi? Che non riuscivo a tollerare la visione di Brian in compagnia di un’altra ragazza. Che al solo pensiero che potesse avere quell’intimità con Glenda mi si contorceva il cuore.
«Ora non esagerare, sono sicura che tutti i ragazzi della scuola farebbero i salti di gioia per poter stare vicino a Glenda. E’ bellissima, è perfetta!»
«Beh... forse non proprio tutti» rispose con la voce bassa e allusiva. Ci fu un attimo di attesa. Abbassai lo sguardo verso le acque del lago. Leo era un ragazzo intelligente, interpretò il mio silenzio senza insistere. Sapeva che quello non era il momento adatto per una dichiarazione.
Si alzò per primo e mi aiutò a sollevarmi.
«Dai finiamo la nostra passeggiata e godiamoci il resto della mattina».

Dopo qualche ora ci ritrovammo nel parcheggio del parco dove ci attendevano gli autobus per tornare ad Incline.
Mr.Wilson e Mrs.Haywood con la loro lista a portata di mano erano impegnati nella conta e nella distribuzione dei ragazzi sugli autobus.
Sapevo che sarei stata nello stesso autobus di Brian, e che Glenda sarebbe stata costretta a prendere posto nell’altro, ma questa volta l’idea non mi metteva di buon umore.
Salii sull’autobus per prima, mi sistemai nella seconda fila vicino al finestrino, direttamente dietro a Mrs.Haywood. Ero sicura che lì nessuno mi avrebbe disturbato.
Lentamente i ragazzi si accomodarono ai propri posti.
Tian, Leo, e Brian furono tra gli ultimi ad entrare.
«Cami perché non ti unisci a noi in fondo all’autobus?» mi chiese Leo salendo le scalette.
«No ti ringrazio, preferisco restare davanti, non mi sento ancora bene».
«Allora ti faccio compagnia!» esclamò risoluto balzando accanto a me entusiasta.
Brian lo guardò con la coda dell’occhio, la fronte aggrottata e lo sguardo cupo; solo una frazione di secondo, poi seguì Tian che si era già avviato nel corridoio centrale. Leo, impegnato a sistemare il suo zaino, non se ne accorse neppure.
 

6 commenti:

  1. Un capitolo che mi ha coinvolta moltissimo!!! Bravissima, continua così! Chissà chi saranno Glenda e Jago e perchè rendono così nervosi Brian e i suoi familiari...Attendo con ansia il prossimo capitolo!!!

    LadyAredhel

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  2. E' la prima volta che commento, ma leggo da un po' e ormai ho messo il link nei preferiti e controllo sempre se c'é un nuovo capitolo.
    Devo dire che mi sta piacendo, sento un po' una certa "influenza" di Twilight (spero tu non ti offenda per questo, ma tra l'età dei protagonisti, il cambio di scuola, il mistero del ragazzo fascinoso che é attratto ma poi si ritira per qualche motivo misterioso che non si capisce bene per il momento... lo ricorda un po' ecco) pero' la scrittura é scorrevole e coinvolgente, mi piace, la storia comincia ad entrare nel vivo e ad acchiappare sempre di piu'.
    Soprattutto dopo questo capitolo, sinceramente avrei voluto avere tutto il libro tra le mani e andare avanti fino alla fine, invece devo pazientemente aspettare il prossimo capitolo.
    Questo stillicidio é una tortura!
    Va beh, speriamo tu vada avanti in fretta. :)

    Manu

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  3. Appena finito di leggere il capitolo.. Che dire?Innanzitutto voglio sapere CHI ha lasciato il vassoio a Camilla?? Io non credo proprio sia Luise.. Comunque bando alle ciance.. Io sto impazzendo non puoi lasciare così questo capitolo e farmi aspettare la prossima settimana.. Questo forse è il capitolo che mi è piaciuto di più in assoluto.. La storia finalmente si sta "accendendo". E ora dove andrà a finire la pseudo storia con Brian? Direi che un pò mi dispiace, ma un pò se lo merita anche..
    Spero di leggere al più presto il prossimo capitolo!!!
    Bravissima continua così! :D

    Giangina

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  4. Wow, davvero!!!
    Sono approdata oggi su questo blog e in un pomeriggio ho letto tutti e 14 i capitoli!!!
    Scrivi davvero molto bene e poi la storia mi ha proprio presa :)
    E poi che dire...adoro poter sentire le canzoni che tu stessa metti mentre leggo
    Spero presto in un nuovo capitolo :)

    Davvero complimenti, Brava!

    Lally :)

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  5. Antonia Bonimelli12 aprile 2011 02:45

    Ho letto tutti e 14 i capitoli d'un fiato. Ragazzi, che storia.Entusiasmante. Interessante. Avvincente. Misteriosa. Intricata. Che altro dire.....non vedo l'ora di leggere il seguito. Complimenti Camilla!!!!

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  6. ho letto tutti i capitoli in una volta.
    storia stupenda,scorrevole che ti cattura....aspetto con ansia i prossimi capitoli e vedere come si evolve la storia
    tanti complimenti ancora CAMILLA!!!!

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