capitolo 16


La mattina seguente partimmo presto.
Facendo leva sul senso di colpa del padre Lily riuscì a strappare un passaggio fino a scuola. Ancora delusa e amareggiata per il rifiuto ricevuto la sera precedente, continuò tenacemente a recitare il ruolo della vittima fino a quando non scese dalla macchina.
«Beh allora divertitevi pure. Io penserò a fare il mio dovere» ci salutò acida.
Mr.Stewart espirò rumorosamente al limite della sopportazione, trattenendo a stento qualsiasi commento potesse alimentare la polemica della figlia. La osservò mentre si allontanava svelta e indispettita; quando varcò l'ingresso della scuola, scosse la testa rassegnato e ingranò la retromarcia.

 

Mentre facevamo manovra nel piazzale della scuola, cercando di re immetterci sulla strada principale, vidi sopraggiungere la macchina dei fratelli Danan. Mi accucciai d'istinto simulando un attacco di tosse improvviso. Non volevo farmi vedere da Brian, non volevo dargli spiegazioni in merito alla mia gita a Reno. Temevo che non sarei stata in grado di mentire in modo convincente sul vero obiettivo di quella visita alla biblioteca dell'Università. Forse i miei timori erano infondati, pensai un attimo dopo, forse non mi avrebbe neppure guardata continuando ad ignorarmi come aveva fatto durante tutto il fine settimana. Chissà?
Inutile negarlo, temevo quell'eventualità ancor più della prima e tutto sommato preferivo allontanarmi in fretta da scuola e crogiolarmi in quello stato di beata ignoranza.

Durante la notte era nevicato, una morbida spolverata di bianco aveva livellato le asperità del terreno uniformando le superfici. La strada carrabile, in alcuni tratti sgombra e ben percorribile, in altri sembrava un binario ferroviario. Il viavai delle macchine aveva lasciato scoperte due grosse strisce d'asfalto che risaltavano quasi oltraggiose sul bianco circostante. Gli abitanti della zona comunque, così abituati a guidare la macchina in condizioni estreme, non ne sembravano affatto impensieriti.
A quell'ora del giorno la strada per Reno era piuttosto trafficata; quasi tutti i residenti dell'area attorno a Tahoe si spostavano a Reno per ragioni professionali, e molti di loro lo facevano quotidianamente, percorrendo quel tratto di strada avanti e indietro come veri pendolari.

«Dunque Camilla, …» la voce di Mr.Stewart mi distolse improvvisamente dai miei pensieri, «Avevo pensato che potremmo organizzarci così!» esclamò risoluto, «Appena arriviamo ti lascio subito all’Università e vado a sbrigare due o tre commissioni in città. Non posso sapere con precisione quanto tempo mi ci vorrà, quindi... se riesco a liberarmi per l’ora di pranzo, ci troviamo alla mensa dell’Università verso l'una, altrimentiii … temo che ci dovremmo rivedere nel pomeriggio, dopo che avrò parlato con il preside Garner».

«Beh, per me va bene! Ho intenzione di passare l’intera giornata in biblioteca. Non ti preoccupare, sarò impegnata tra i libri per tutto il giorno, non avrò certo il tempo per annoiarmi!»

«Bene!» annuì soddisfatto. Poi, ripercorrendo mentalmente le tappe del suo programma, aggrottò le sopracciglia, «Magari hai bisogno di qualcuno che ti faccia da guida, vediamo… potrei sentire...»

«Oh, no grazie!» lo interruppi senza lasciargli il tempo di concludere la frase, «Me la caverò benissimo da sola. Tutto quello che devo fare è trovare la biblioteca e la caffetteria?!» esclamai decisa e poi, per sgombrare la mente di Mr.Stewart da eventuali dubbi sulle mie capacità di orientamento, aggiunsi: «Le uniche due mete universalmente note a tutti gli studenti di un campus, giusto?!»

Mr.Stewart dovette arrendersi di fronte all'evidenza dei fatti. «Okay! Mi hai convinto, credo proprio che te la saprai cavare anche da sola. Ma ricordati di farti fare il permesso di consultazione come studente esterno, se vuoi prendere dei libri in prestito!» concluse con tono autorevole.

«Giusto! Me lo ricorderò!»

Proseguimmo senza scambiarci troppe parole, ognuno immerso nei propri pensieri, fino a quando non raggiungemmo la prossimità di Reno.
Entrare nel centro urbano di Reno e sentire un po’ di smog nell’aria mi catapultò indietro nel tempo, nei miei ricordi, in Italia. Il traffico rallentato, le macchine in coda al semaforo, il rumore dei clacson, era tutto ciò a cui ero abituata da sempre: il mio habitat. Reno era una città come tutte le altre.
Fu come destarsi dopo un lungo intorpidimento. Ebbi la stessa sensazione che provavo interrompendo una lettura appassionante. Quando leggevo un bel romanzo mi immergevo perdutamente nella storia, lasciando che la trama catturasse ogni singola particella del mio corpo. Tutto ciò che mi circondava nel mondo reale iniziava a perdere consistenza, tutto a poco a poco diventava sfocato, immobile, muto. Poi, quando riemergevo dal quel mondo fantastico, le cose e i personaggi si rianimavano lentamente attorno a me, ed era proprio in quel momento che avevo la vivida sensazione di aver perduto 'qualcosa': un piccolo frammento di tempo in cui la mia coscienza si era distaccata dal mondo reale.
Fu proprio così. Per un attimo ebbi l’impressione di avere vissuto gli ultimi mesi in una bolla di sapone, un fermo immagine della vita. La mia esperienza a Lake Tahoe era come una favola, una vita parallela in un mondo fantastico, dove il tempo scorreva con un ritmo indipendente rispetto al resto del mondo. Avevo la sensazione di aver perduto quei mesi del mondo reale per sempre, come se nella mia vita ci fosse un grosso buco nero, un enorme vuoto nella memoria.
Impregnata di malinconia osservavo gli abitacoli delle macchine vicine. Mi divertiva immaginare e intuire la vita della gente osservando i loro modi di fare, di vestire, di gesticolare: era una delle mie attività preferite da sempre. Inoltre da quando Brian mi aveva illuminato sulla scienza del linguaggio del corpo, in un modo talmente persuasivo che mi sarebbe rimasto difficile dimenticare, sentivo di possedere dei nuovi strumenti per le mie analisi. Per gli automobilisti avevo elaborato una mia personale teoria; benché avessi riscontrato alcuni casi anomali, inclassificabili, irrilevanti ai fini del mio studio e quindi opportunamente scartati, li avevo suddivisi in due grandi categorie.
I primi erano quelli che alla guida si immobilizzavano: le mani tenacemente incollate al volante, lo sguardo serio, fisso e in costante allerta sul traffico stradale. Li avevo definiti autostatici. Ero perfino convinta di averne individuato il profilo caratteriale: persone che si distraevano dalla guida solo per controllare l'ora, che utilizzavano l'autoradio esclusivamente per ascoltare il radiogiornale, le informazioni meteo e quelle sul traffico. Erano senza ombra di dubbio persone che si prendevano troppo sul serio, ridevano poco o niente, vivevano per lavorare seguendo un ritmo di marcia incessante e, quasi sempre, perdevano di vista se stessi e i veri piaceri della vita.
Gli altri, i miei preferiti, erano gli automobilosi. Sedevano alla guida come se fossero sulla poltrona di un cinema, approfittavano di ogni sosta per interagire con il mondo esterno contraccambiando gli sguardi degli altri. Ascoltavano la musica alzando e abbassando il volume in virtù della canzone del momento. Per loro guidare la macchina era un’avventura. Personalmente sentivo di far parte della seconda categoria con tutta l’anima e, anche se non avevo ancora compiuto diciotto anni e l’unico mezzo che mi era consentito guidare era la mia vespa rossa, tutte le volte che individuavo qualcuno della mia 'specie' percepivo subito una forte empatia. Ne ero sicura, una volta ottenuta la patente, sarei stata una di loro.
Avevo sempre paragonato l'emozione che mi assaliva prima di partire per un viaggio in macchina, a quella che provavo seduta nella sala cinematografica prima della visione di un nuovo e attesissimo film; anzi, mille volte più eccitante. Non sapevi che genere di film sarebbe stato, né quali attori lo avrebbero interpretato. Forse, nella più prevedibile delle ipotesi, sapevi dove sarebbe finito, ma sul come, potevi fare solo congetture!
Mi voltai a guardare la macchina sopraggiunta alla nostra destra mentre aspettavamo il semaforo verde in prossimità di un incrocio. Al suo interno una giovane donna, protetta acusticamente dall’abitacolo della sua auto, cantava a squarciagola del tutto incurante di eventuali sguardi indiscreti.

«Cento per cento automobilosa!» sussurrai con il sorriso sulle labbra.
«Hai detto qualcosa?»
«No niente, stavo solo pensando.» risposi rasserenata da quella visione.

Il mio pensiero volò immediatamente a Brian, al suo modo di guidare, e all'immagine che avevo conservato nella mia memoria. Avevo avuto una sola occasione per osservarlo con attenzione alla guida del suo pickup, ma ricordavo perfettamente ogni sfumatura. Quel giorno, percorrendo quel meraviglioso tratto di strada lambito dalle acque del lago rosate dal tramonto, lo avevo studiato a lungo con la coda dell’occhio. Era come sempre calmo e sicuro di sé, e malgrado avesse l’insana abitudine di guidare con una sola mano sul volante, se ne stava morbidamente rilassato sul sedile dell’auto. Era stato il giorno più incredibilmente eccitante della mia intera esistenza, il giorno del nostro bacio, del pattinaggio... un giorno pieno di rivelazioni. Brian era semplicemente perfetto anche alla guida del suo pickup o quantomeno era così che appariva ai miei occhi.
Poi di colpo tornò alla memoria la seconda metà del viaggio, quella che ci aveva condotto alla pista di pattinaggio accompagnati dal rumore dei tuoni e dal bagliore dei fulmini di quel temporale improvviso. Incomprensibile lo aveva definito Mr.Smokey e certamente incomprensibili mi erano apparsi tutti gli avvenimenti che si erano susseguiti dopo il nostro bacio. Il mio stato psicofisico ne era uscito gravemente alterato. Ero rimasta stordita, prostrata e confusa per la reazione di Brian ma quelle poche e fugaci occhiate che gli avevo timidamente assestato, mi avevano lasciato il ricordo di un Brian diverso: teso, ansioso, assorto in mille pensieri.

«Eccoci siamo arrivati!» mi risvegliò Mr.Stewart indicandomi l’ingresso dell’Università dall’altra parte della strada.
«Non ti dispiace vero se ti lascio qui? Altrimenti devo fare inversione, eee...chissà quanto mi ci vuole» aggiunse analizzando il traffico dallo specchietto retrovisore.

«Oh no, va benissimo! Grazie del passaggio ci vediamo più tardi!» risposi scendendo prontamente dall’auto.

«Se hai bisogno di qualcosa chiamami!» mi urlò dal finestrino. Lo salutai mentre si immetteva nuovamente nel traffico e attraversai la strada approfittando di un momento di relativa calma.

L’Università di Reno era più grande di come me la ero immaginata. Per un attimo, camminando tra i numerosi edifici di mattoni rossi in cerca dell’indicazione per la biblioteca, mi sentii inadeguata. Forse avrei fatto meglio ad accettare l’aiuto offerto da Mr.Stewart, pensai assalita da un'improvvisa ondata d'insicurezza. Sfruttai quella camminata per prendere confidenza con il luogo. Alcuni studenti camminavano affrettandosi verso le loro classi con i libri sottobraccio, altri temporeggiavano sulle panchine consumando pigramente le loro colazioni. Il campus rispecchiava fedelmente l'immagine stereotipata che avevo assorbito dopo anni di telefilm americani. C'era una gran pace, una grande serenità e il sole, che brillava incontrastato nel cielo azzurro, non faceva altro che amplificare l'effetto 'fiction': era tutto talmente perfetto da sembrare finto.
All’improvviso vidi quello che cercavo. Sotto il cartello CAMPUS MAP una bella cartina colorata del campus attirò la mia attenzione. Consultai rapidamente la legenda; sotto la voce library erano segnalati ben quattro edifici. Uno di questi però si distingueva dagli altri per la dimensione davvero smisurata. Il 'Mathewson IGT Knowledge Center' sbaragliò la concorrenza catturando tutto il mio interesse. Cercai di memorizzare il percorso e mi incamminai.
Lo individuai subito; era un edificio talmente maestoso che non poteva passare inosservato. Aveva una certa somiglianza con il resto degli edifici del campus; i mattoni rossi di finitura e le forme geometriche semplici lo rendevano stilisticamente ben contestualizzato. La facciata principale era dominata da una quintupla arcata e da una scalinata grandiosa che seduceva i visitatori catturandoli fino all’ingresso. Il corpo principale era definito alla sua sinistra da un grande volume cilindrico coperto da una cupola e attraversato da lunghe vetrate verticali, alla destra da una torre a pianta quadrata che sovrastava gli altri volumi di qualche metro. Doveva essere stato inaugurato da poco, pensai, perché tutto sembrava perfettamente nuovo ed estremamente pulito.
Attraversato l’ingresso mi trovai subito nell’atrio della biblioteca. Sopra di esso si affacciavano altri tre piani; alzai lo sguardo verso l’alto per ammirare l’ampiezza di quel volume vuoto. Al centro della hall c’erano una serie di divanetti e sedute molto invitanti, ma senza indugiare ulteriormente mi tuffai anima e corpo nella mia indagine.
RESEARCH & COMPUTING HELP.
Mi avvicinai ad una postazione e digitai WASHOE nel motore di ricerca.
La biblioteca era relativamente vuota; dopotutto era lunedì mattina, pensai, a quell’ora gli studenti dovevano essere a lezione. Quando tornai con lo sguardo sul monitor mi prese un colpo.
768 volumi che avevano come soggetto la tribù Washoe! Mio Dio! Dovevo affinare assolutamente la mia ricerca. Eliminai i volumi in base alla loro collocazione. Prima quelli economico-giuridici, poi quelli geomorfologici, e così via. Continuai a sfoltire il numero fino a raggiungere un più modesto 389.
Feci scorrere velocemente l’elenco, la collocazione della maggior parte dei volumi mi conduceva dritta fino al quinto piano della biblioteca. Non persi altro tempo, mi incamminai per le scale verso la mia meta. Ero stufa di lavorare al computer, sentivo la necessità di un approccio fisico. Volevo toccare, sfogliare e soppesare quei volumi direttamente con le mie mani. Avevo bisogno di usare tutti e cinque i miei sensi.
Il quinto piano era deserto. Le indicazioni precise mi consentirono di rintracciare gli scaffali che andavo cercando senza alcuna difficoltà. Misi in moto il motore e non appena fui in grado di entrarci dentro ebbi un tuffo al cuore.
Cercai di controllare l’emozione e iniziai a svolgere il lavoro in modo meticoloso. Dall’alto verso il basso leggevo i titoli dei libri stampati sulle costole esterne. Quando credevo di averne individuato uno interessante lo estraevo per una consultazione veloce, se superava anche questo rapido esame lo portavo sul tavolo per una lettura più approfondita. Avevo trovato una stanza-studio non molto lontana dagli scaffali che stavo esaminando, e lì vi avevo sistemato tutte le mie cose: i miei appunti, i miei disegni e i miei schemi. Continuai a fare avanti e indietro per quasi tutta la mattina.
Alle 11,45, dopo quasi tre ore ininterrotte, allungai le braccia stirando i muscoli della schiena e delle spalle. Avevo consultato decine di libri sulle leggende Washoe, senza trovare niente di più di quello che Mr.Smokey ci aveva raccontato. Tornai nuovamente a quello che era ormai diventato il mio corridoio personale e mi sedetti a terra con le gambe incrociate, proseguendo la ricerca con maggiore comodità. Nel silenzio totale ripresi a lavorare scrupolosamente, esaminando scaffale dopo scaffale e libro dopo libro.
Passarono molti altri volumi tra le mie mani avide, guardai l’orologio, erano le 12,25; la mia ricerca non stava dando i frutti sperati. Forse dovevo cambiare soggetto? Forse dovevo cercare in un’altra sezione? Pensai ai Thuata De Danann. Forse potevo ripartire con la mia ricerca da loro. Feci per alzarmi ma le gambe, intorpidite per la lunga permanenza nella posizione yoga del loto, non assecondarono subito la mia volontà.

«Ti serve una mano?»

Mi voltai di scatto. Sean era davanti a me, mi guardava dall’alto in basso, dominando il corridoio con la sua prestanza fisica. Mi sentii colta in flagrante.
Mi alzai velocemente recuperando forze inaspettate e mi affrettai a rispondere per mascherare il mio imbarazzo:

«No grazie, ce la faccio!»

Mi guardò fisso negli occhi, immobile. Poi, porgendomi i libri che avevo lasciato sul tavolo della stanza-studio, aggiunse:

«Mi riferivo alla tua ricerca».

Il cuore si fermò tutto d’un tratto, deglutii rumorosamente cercando di rispondere qualcosa di sensato.

«Beh no, … non credo che… comunque grazie!»

Le parole mi uscirono dalla bocca casualmente, non avevano niente a che fare con quelle che mi passavano per la mente, e più che parole sembravano una serie di suoni assemblati casualmente. Ero visibilmente agitata. Sentii le mie guance diventare rosse per l’imbarazzo, abbassai lo sguardo afferrando i libri che mi porgeva per rimetterli apposto. Il primo della pila era il mio quaderno degli appunti, inequivocabilmente aperto alla pagina dove avevo schematizzato le mie idee. I disegni dei tatuaggi erano lì, nero su bianco. Ne sentii tutto il peso, un vero macigno; erano come la A della lettera scarlatta cucita sul petto. Non c’era più niente da parafrasare; i miei goffi tentativi di elusione furono vanificati, spazzati via da una folata di vento. Lo guardai colpevole e mi vidi riflessa nei suoi occhi: Dio che visione patetica!

«Camilla, giusto?» mi chiese serio.

Annuii in silenzio.

«Credo che ti serva una mano! Vieni parliamone».

Si diresse verso il ballatoio che si affacciava sul grande atrio d’ingresso, dove alcune poltroncine erano disposte a coppie, una di fronte all'altra, lungo il parapetto. Lo seguii rassegnata e non appena presi posto nella poltrona che aveva cortesemente sistemata, con un gesto di davvero anacronistica, si sedette di fronte a me osservandomi come se fossi un esemplare raro imbalsamato nella vetrina di un museo.

«Quando ti ho incontrata da Ben, il mio amico dei tatuaggi, avevo notato il disegno che stavi osservando sul catalogo. Avevo pensato che fosse una coincidenza, ma adesso…» spostò il suo sguardo sul mio quaderno, che tenevo stretto al mio petto come uno scudo, «...credo tu mi debba delle spiegazioni! Allora?»

Lo guardai immobile, senza parole; le mie labbra erano serrate. Vagliai velocemente alcuni possibili approcci all’argomento ma non avevo tempo per decidere quale fosse meglio adottare. Sean era lì, davanti a me in attesa di una risposta. Non ero in grado di rimescolare le carte in così poco tempo, non ero mai stata in grado di bleffare in modo convincente; con tutti i sospetti che aveva dovevo dargli una spiegazione credibile.
Ero nel panico, era evidente; la mia condizione emotiva mosse a compassione anche Sean che si avvicinò trainandosi dietro la poltrona e venne in mio soccorso.

«Da cosa è iniziata questa ricerca maniacale? Come hai fatto a cogliere tutti questi dettagli? Mi hai veramente impressionato sai?!?»

Mi schiarii la voce e presi un bel respiro: «Semplice curiosità, all’inizio, poiii … forse hai ragione, è diventata una mania».

«E il principale oggetto di tutta questa curiosità è … mio fratello Brian, giusto?»

Centro! Pensai ormai priva di difese. Era inutile mentire, aveva colto perfettamente nel segno.

«Sì!» gli risposi secca.

«Voglio darti un consiglio» disse comprensivo abbassando il tono della voce. «Non troverai niente in questi libri che tu già non sappia...dentro di te... nel tuo cuore».

«E cosa dovrei sapere nel mio cuore?» gli chiesi stupita.

«Non posso dirti molto purtroppo, ma ricorda: a volte per conoscere la verità non serve essere razionali, bisogna solo lasciarla filtrare dentro di noi, farle attraversare i nostri sensi fino a raggiungere il cuore. Tu lascialo sempre aperto, il tuo cuore, e vedrai che sarà tutto più semplice».

«Accidenti! Davvero poetico! Cos'è un rebus?» commentai acida, «E tu volevi darmi una mano? Beh non mi sei di nessun aiuto!» gli risposi delusa, «Scommetto che se ti facessi delle domande dirette non mi daresti nessuna risposta, giusto?» sondai il terreno con voce alterata.

Sean scosse la testa in segno di diniego.

«Brian sa che sei qui?»

«Certo che no!» sbottai inorridita al solo pensiero.

«Perché non le fai a lui le tue domande?»

«Credi che non ci abbia provato? Tuo fratello mi ha allontanato dalla sua vita, neppure si accorge se siamo nella stessa stanza».

Sean sorrise. «Hmmm....di questo ne dubito».

«Me lo ha detto e me lo ha fatto capire chiaramente, tra noi è finita!»

«Se è cosi che la pensi allora rassegnati! Lascia perdere, buttati tutto alle spalle, dimentica e torna alla tua vita. Che senso ha tutto questo se pensi veramente che sia finita?»

«Mai!» gli risposi d’impulso.

Mi fissò negli occhi fino a farmi distogliere lo sguardo per il fastidio. «Riesco a vederla questa tua determinazione...» fece una breve pausa inspirando rumorosamente, «...e credo anche di non essere l’unico. Se sei veramente decisa a non mollare devi essere pronta ad assumerti qualche rischio. Stai cercando delle risposte che solo Brian può darti, ma ti avverto...forse non saranno quelle che ti aspetti.»

«Dovrei parlargli quindi?»

«Beh, diciamo che se tu non lo facessi sarebbe veramente un peccato, … un grande spreco diii … energia!» sussurrò enigmatico.

Rimasi in silenzio a pensare. Energia. Era la stessa parola che aveva usato Trevorian alla pista di pattinaggio alludendo a qualcosa che non avevo capito.

«Si è fatto tardi!» disse Sean alzandosi dalla poltrona «Mangi un boccone?»

Guardai l’orologio: erano le 1,30. Mi ricordai dell’appuntamento con Mr.Stewart alla caffetteria.

«Cavolo! Ho fatto tardi, avevo un appuntamento...devo scappare! Sai dirmi dove posso trovare la caffetteria?» gli domandai agitata.

«E’ facile, quando esci gira a destra, dopo 200 metri la trovi sulla tua destra. Non puoi sbagliare».

«Grazie infinite, eee... se posso chiederti un altro favore …» esitai dubbiosa.

«Sarà un vero piacere fare la tua conoscenza alla prossima festa di Halloween» mi anticipò prevedendo la mia richiesta. «Ti prometto che sarò sorpreso!» aggiunse strizzandomi l’occhio complice. «Ah! Quasi dimenticavo! A tale proposito …» si allontanò rovistando tra i libri di uno scaffale. «Ti consiglio questa lettura» mi sorrise allusivo porgendomi un libretto. «Credo proprio che sarà illuminante, estremamente educativa» concluse sorridendo.

Allungai la mano afferrando il volume. Sulla copertina di cartone rosso, due sole parole in grosse lettere dorate:

FESTE CELTICHE

7 commenti:

  1. complimenti anche questo capitolo mi è piaciuto molto e ha quanto pare per quanto enigmatico SEAN sembra voler incoraggiare camilla non vedo l'ora di leggere il seguito per vedere come si evolve la storia
    PS.mi auguro che tu voglia e possa pubblicarlo
    un grosso in bocca al lupo

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  2. Bello !!!!!!! Mi piace il personaggio di Sean...anche lui , ovviamente, avvolto nel mistero!!
    Non vedo l'ora di poter leggere il capitolo successibvo *_*
    Brava :)

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  3. Bello! Come gli altri capitoli, anche questo mi è piaciuto; finalmente uno dei fratelli Danan che incoraggia Camilla! Speriamo che almeno lui le dia una mano con Brian.
    Come sempre aspetto con ansia il prossimo capitolo! :)

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  4. Che dire? Anche stavolta non hai tradito le nostre aspettative. Sempre bravissima. L'intrigo si fa più misterioso che mai.La figura di Sean mi piace molto. Spero che il 17 sia pronto al più presto!

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  5. Mi piace tantissimo questo capitolo!!C'è interazione anche con con gli altri fratelli Danan!O perlomeno con uno.. E' già tanto secondo me e questo sembra molto meno scontroso degli altri.. Speriamo bene, e spero anche che Camilla si convinca a lasciar perdere la sua razionalità!! Continuo a dire che sei stata bravissima anche questa volta a descrivere tutto così bene!!!
    Inutile dire che aspetto già con ansia il prossimo capitolo!:D

    Giangina

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  6. Bellissimo questo capito!
    Finalmente uno dei fratelli Danan incoraggia Camilla!
    spero che publicherai anche il 17° capitolo :D

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  7. nooooooooooooo!!!!!!!!!!!!!!!ho letto i 16 capitoli tutti insieme e volevo leggere subito il seguito ma mi toccherà aspettare,spero che il 17°arrivi presto....

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