capitolo 20


«Sembri il mio clone a scala ridotta!» esordì Brian osservandomi divertito mentre sistemavo il mantello per allacciare la cintura.
«Almeno adesso abbiamo qualcosa in comune!» risposi sarcastica.
Scosse la testa sogghignando, mise in moto il pickup e si avviò sulla strada principale in direzione lago.


Non appena fummo sulla strada principale mi resi conto per la prima volta che non avevamo programmato niente di specifico.
«Dove andiamo?» chiesi ansiosa.
«Dove vuoi!» rispose senza distogliere lo sguardo dalla strada.
«Devo decidere io?!?!» esclamai colta dal panico, «Beh non saprei…»
Brian si voltò a guardarmi studiando la mia espressione dubbiosa: «Se vuoi possiamo restare in macchina... facciamo il giro del lago, e poi...»
Lanciai un’occhiata all’orologio dell’auto: erano già le 11,45.
«Quanto tempo abbiamo?» domandai di getto.
«Due, … forse tre ore. Non saprei. Siamo in piena sperimentazione!» aggiunse cercando di sdrammatizzare il mio tono serio.
«Non molto!» sussurrai palesando involontariamente i miei pensieri. L'ansia cominciava a farsi largo a gomitate. Mi voltai verso Brian, inspirai profondamente e aggiunsi : «Tu cosa suggerisci?»
Brian mi guardò nuovamente negli occhi per qualche istante diminuendo la velocità della macchina, poi sterzò deciso verso sinistra. La riconobbi subito: era la strada che conduceva a casa Danan.
Lui non mi rispose ed io non proferii parola: la decisione era presa.
A metà del sentiero fece una deviazione verso sinistra entrando nel bosco per qualche decina di metri. Parcheggiò l’auto in una radura, scese di macchina e venne ad aprirmi lo sportello.
«Ce la fai a camminare un po’ nella neve?»
«Certo!»
Brian aveva parcheggiato l’auto nel bosco per non dare nell’occhio, pensai, forse i suoi genitori erano in casa e non voleva dare nessuna spiegazione. Dopotutto quale scusa poteva giustificare la mia presenza in quella casa a quell’ora della notte? Certo non potevamo ricorrere alla scusa del progetto Washoe!

♫(click tasto destro): 'Conclusion' by Apocalyptica


Era buio. La luce della luna filtrava di rado tra i rami innevati degli alberi concedendo ai miei occhi solo sporadici assaggi del favoloso panorama del bosco ghiacciato. Per fortuna Brian mi trascinava dietro di sé tenendomi delicatamente per il polso ed io lo seguivo sicura, senza alcuna riserva.
La neve era talmente alta che in alcuni punti superava le mie ginocchia; passo dopo passo il freddo umido cominciò a filtrare attraverso i vestiti raggiungendo ben presto la mia pelle.
Girammo attorno al blocco principale della casa fino a raggiungere il versante del lago e, finalmente, la sua stanza.
«I tuoi sono a casa?» chiesi timidamente mentre entravamo.
«Non ancora. Ma preferisco che mi credano alla festa se e quando torneranno.»
Mentre si toglieva il mantello e la tuba, mi osservò con la coda dell’occhio quasi volesse interpretare il mio silenzio.
«Ti sei bagnata molto?» mi chiese sfilandomi il mantello dalle spalle e stendendolo elegantemente sullo schienale della sedia. Mi tolsi il cappello e lo poggiai assieme al bastone sulla lunga scrivania. Un brivido di freddo mi attraversò la schiena.
«Non avete riscaldamento in questa casa?» domandai stringendomi le braccia al petto.
«Generalmente usiamo solo il fuoco dei caminetti come fonte di calore...» prima lanciò uno sguardo al caminetto girevole che pendeva maestoso dal centro della copertura, poi alla catasta di legna elegantemente ammucchiate a forma di piramide in un angolo della stanza, e finalmente aggiunse: «...ma forse stasera è meglio non fare segnali di fumo».
«Già, è meeeglio!» ne convenni risultando forse poco credibile per uno spasmo incontrollato che mi fece battere i denti.
«Hai molto freddo? Dai vieni qua!»
Mi fece sedere sul bordo del letto e si inginocchiò davanti a me. Tastò con le mani il fondo dei pantaloni: erano completamente bagnati. Mi afferrò la caviglia e sollevato il piede destro prese a slegare i lacci della mia scarpa da uomo. Fece lo stesso con l’altro piede, lentamente, accuratamente, senza imbarazzo.
Risalì con le mani contemporaneamente lungo entrambe le gambe fino al ginocchio, fino a raggiungere il bordo delle calze maschili che indossavo. Non potei fare a meno di ricordare il commento di Lily. Il mio abbigliamento non era affatto seducente, forse avrei dovuto darle ascolto, forse la scelta dell’abito non era stata poi così azzeccata. Ma nonostante tutto Brian mi guardava incantato, il vestito che indossavo non sembrava interessarlo minimamente, mi sfilò le calze dolcemente, quasi una carezza, seguendo con le dita la linea delle mie gambe.
Il tocco caldo delle sue mani mi fece rabbrividire nuovamente.
«Sono bagnati anche questi...» disse sfiorando i pantaloni, «Ti cerco qualcosa per cambiarti».
Si alzò e scomparve dietro una delle porte sul grande muro di pietra. Ero agitata. Mi tolsi i pantaloni a fatica, erano così umidi che si appiccicavano alle gambe; restai in piedi vicino al letto, le braccia incrociate sul petto e la lunga camicia di pizzo bianca che ricadeva fortunosamente fino a metà coscia. Il battito del mio cuore scandiva il tempo impaziente. Quando Brian riapparve, teneva in mano quello che sembrava il sotto di una tuta sportiva. Si fermò di colpo, nei suoi occhi lessi un minimo di indecisione o forse di imbarazzo. Dopotutto era normale, pensai, anche se era una persona ‘speciale’ era pur sempre un ragazzo di diciassette anni.
Fece qualche passo mantenendo sempre una certa distanza poi stese le braccia avanti sovrapponendo i pantaloni che teneva tra le mani alla mia esile figura. Il confronto lo fece sorridere.
Gettò i pantaloni a terra, si avvicinò deciso e sfilò il piumino del letto.
«Forse è meglio se ti copri con questo» disse sorridendo.
Lo distese e lo poggiò sulle mie spalle come fosse una mantella disponendolo fino ad avvolgermi completamente. Mi sollevò tra le braccia e mi poggiò delicatamente al centro del letto.
«Ancora freddo?» mi chiese sedendosi al mio fianco sul bordo del letto.
Tremai, forse non solo per il freddo, ma non riuscii a parlare. Gli risposi solo con un cenno del capo e me ne restai seduta sotto al piumone, le gambe piegate raccolte tra le mie braccia e la bocca serrata.
Brian si spostò calmo dietro di me. Mi abbracciò protettivo riuscendo a contenere senza alcuna difficoltà la mia posizione a riccio tra le sue braccia. Mi trascinò indietro, tra le sue gambe, e si appoggiò con la schiena alla parete obbligandomi a seguire l’andamento del suo torace. Restammo in silenzio alcuni minuti. Sentivo il calore trasmesso dal suo corpo e lentamente anche il mio prese a sciogliersi un po’.
«Va un po’ meglio?» mi sussurrò nell’orecchio scaldando la mia pelle con il suo respiro.
«Sì» risposi con voce più sicura.
Dovetti sembrargli convincente perché subito allentò la presa e cominciò a carezzarmi il collo con la mano destra, dall’attaccatura dei capelli in giù fino al colletto della camicia.
Rabbrividii e la sua mano si bloccò.
«Sei sicura?» mi sussurrò nuovamente all’orecchio.
«Certo, sto bene. Adesso non ho più freddo!»
Ci fu un attimo di silenzio.
«Non è questo che intendevo…» sospirò sfiorandomi il collo con la bocca.
Il cuore mi balzò in gola. Seguii l’impulso che sentivo dentro di me e mi voltai verso di lui rigirandomi tra le sue gambe dentro al piumone. Restammo qualche istante a fissarci, completamente perduti in quel silenzio irreale.
Slacciai i primi bottoni della sua camicia e sfiorai con le dita il centro del suo petto. Niente luce. Nessun bagliore. Il mio battito prese ad accelerare. Provai una seconda volta avvicinandomi ancora un po’. Niente.
«Permetti?» gli sussurrai quando la mia bocca era già in prossimità della sua. Gli sfiorai le labbra timorosa. Erano così calde e morbide che fecero crollare tutte le mie riserve; mi abbandonai a quel bacio con tutta me stessa. Fu molto meglio di quello che ricordavo, molto meglio di come lo avevo sognato e immaginato ripetutamente; non c’era tensione, non c’erano ombre su di noi.
«Quanto tempo abbiamo?» gli chiesi sospirando.
«Aspetta Camilla! Non vuoi chiedermi niente?» mi allontanò scuotendo la testa, «Non vuoi sapere cosa ci aspetta? Avevi un sacco di domande da farmi, forse faresti bene a saperne qualcosa di più prima diii... insomma prima di prendere una decisione così, cosììì … importante!»
Scossi la testa. No! Non volevo essere razionale, non potevo!
«Avremo un sacco di tempo per parlare, avrò un sacco di tempo per ascoltare le tue storie. In questa manciata di minuti che ci rimangono voglio solo stare con te!» sentenziai risoluta.
Ci fu una pausa. Ci guardammo senza parlare. Il ticchettio del tempo si amplificava nelle mie orecchie.
Presi l'iniziativa e cominciai a slacciare i bottoni del mio gilet ma Brian mi afferrò subito per i polsi. Per un attimo temetti che volesse allontanarmi di nuovo poi, invece, portò le mie braccia lungo i fianchi e le tenne saldamente in quella posizione fissandomi deciso. Quando ebbe la certezza di aver addomesticato la mia intraprendenza, abbandonò la presa ed iniziò a sbottonarli con le sue mani. Nei suoi occhi leggevo lo stesso desiderio che bruciava dentro di me, ma i suoi movimenti erano lenti e meditati. Sfilò il gilet carezzandomi le spalle con un lieve tocco delle dita e poi, seguendo la linea delle mie braccia, continuò fino a incrociare le mie mani.
Il suo sguardo, morbido e delicato, si spostava seguendo il movimento delle sue mani sul mio corpo. Iniziò a slacciare la camicia dall’alto, rintracciando i bottoni dorati sotto al grosso pizzo ricamato. Mi guardò negli occhi per registrare eventuali cambiamenti nella mia espressione, ma io ero stranamente rilassata: nessun imbarazzo, nessuna indecisione.
Io lo osservavo estasiata, ricambiando quella sorta di adorazione che leggevo nei suoi occhi. Era naturale stare in intimità con lui, non sentivo nessuna forzatura, nessuna intrusione nella mia ZONA INTIMA.
Tutti i miei sensi erano amplificati a tal punto che riuscivo a percepire le sue stesse emozioni. Era come se Brian fosse un’estensione del mio corpo e della mia anima.
Quando ebbe slacciato anche l’ultimo bottone poggiò le sue mani sui miei fianchi, delicatamente, riuscendo quasi a contenere il giro vita tra le sue dita.
Si avvicinò al mio viso studiando la curva delle mie labbra, le sue mani salirono lievi assecondando l’andamento della mia schiena.
«Senti ancora freddo?» mi sussurrò guardandomi negli occhi.
«Sento quello che senti tu!» risposi con un filo di voce. Il ritmo del mio cuore prese ad accelerare e quando poggiò le sue labbra calde sulle mie, il mio respiro si interruppe. Mi baciò sul viso e sul collo, ripetutamente, sfilandomi dalle spalle la camicia. Mi slegò i capelli che ricaddero liberi sulla schiena.
I nostri cuori erano sincronizzati sulla stessa frequenza, i nostri movimenti erano fluidi e armoniosi, i nostri sensi erano fusi l’uno nell’altra, dimenticai la percezione del mio corpo e mi abbandonai incondizionatamente.

Quando riaprii gli occhi, Brian era sdraiato al mio fianco; il gomito poggiato sul cuscino e la mano a sorreggere la testa. Mi ero assopita ma non avrei saputo dire se era stato per mezz’ora o solo per qualche minuto, avevo perso ogni cognizione spazio-temporale. Mi girai sul fianco assumendo la posizione speculare alla sua. Brian mi guardava, tenero, mi passò la mano libera tra i capelli più volte, cercando di bloccarli dietro l’orecchio troppo piccolo per contenerli.
Il suo sguardo era vagamente malinconico.
Gli sfiorai le labbra con la punta delle dita; se solo avessi potuto fermare il tempo, pensai. Ma il ticchettio dei secondi era ripreso a battere incessantemente nella mia testa. Sfiorai il suo petto con il palmo della mano e mi parve di vedere un fievole bagliore illuminare il centro del triskele.
«Non c’è più tempo vero?» domandai.
Brian mi trasse a sé deciso e mi baciò con passione e delicatezza allo stesso tempo. Era un bacio diverso, più consapevole, forse l’ultimo, pensai. Quell'idea mi dilaniò il cuore. Brian era ancora lì vicino a me, ma percepivo esattamente il suo stato d’animo, la struggente malinconia che ti prende quando sai che stai per perdere qualcosa di grande, il senso di vuoto che ti esplode dentro quando nella tua vita viene a mancare qualcuno.
Mi prese il volto tra le mani: «E adesso? Come farò a respirare se mi manca già l’aria?» mi sussurrò con la voce bassa e roca di chi è sottoposto ad una sofferenza fisica. Avrei voluto baciarlo e alleviare le sue pene ma quando mi avvicinai Brian si ritrasse.
Il mio sguardo cadde istintivamente sul bagliore emanato dal suo petto. Il triskele aveva incrementato la sua luminosità.
Brian si girò di scatto e si mise seduto sul bordo del letto con i gomiti sulle ginocchia e la testa tra le mani.
La vibrazione del suo cellulare lo fece sobbalzare.
Lo afferrò velocemente osservando il display.
«Dobbiamo andare!» esclamò secco scattando in piedi. Raggiunse la scrivania dietro al camino, raccolse i miei vestiti e me li porse rapido.
«Cosa? Cos'è successo?» chiesi indolente faticando a seguire il suo ritmo.
Si voltò verso di me continuando ad allacciarsi la camicia: «Ascolta Camilla, lo so che ti devo delle spiegazioni ma credimi: questo non è il momento! Ti prego, vestiti velocemente, ti accompagno a casa!»
Il suo tono fu risoluto e perentorio, cercai di assecondarlo anche se il mio fisico non reagiva con la prontezza di riflessi che avrei voluto. Quando Brian era già pronto sulla porta io stavo ancora lottando con i pantaloni umidi.
Mi coprì con il mantello e mi afferrò per un braccio.
Uscimmo di corsa seguendo la solita formazione, Brian avanti ed io dietro. Cercavo di assecondare il suo ritmo ma sentivo il freddo della neve che filtrava veloce, senza incontrare ostacoli, attraverso i vestiti già umidi. Arrivammo alla piccola radura dove avevamo lasciato la macchina e ci sedemmo dentro in fretta. Brian era teso; sentivo chiaramente nell'aria l'odore del pericolo.
Mise in moto la macchina e ingranò la retromarcia. Si voltò indietro poggiando il braccio destro sul mio sedile e iniziò a guidare la vettura velocemente schivando gli alberi con destrezza. Poi, di colpo, bloccò la vettura con una brusca frenata.
«Merda!» esclamò a denti stretti. Spense la macchina e mi guardò negli occhi.
Il suo viso era visibilmente preoccupato, la fronte aggrottata in cerca di una soluzione.
«Che sta succedendo?» chiesi impaurita.
Un fascio di luce illuminò gli alberi della radura, mi voltai indietro. Dal lunotto della macchina vidi i fari di una vettura che procedeva zigzagando tra gli alberi verso di noi.
«Brian!» gli urlai: «CHE STA SUCCEDENDO?»
Era rigido, i nervi tesi, teneva il volante stringendolo tra le mani contratte; sollevò la testa osservando il bosco scuro e impenetrabile che si estendeva davanti a noi.
«Esci dalla macchina!» mi ordinò mentre si apprestava a slacciarmi la cintura. «Corri in quella direzione più lontano possibile».
«Aspetta un momento» risposi terrorizzata. «Io non ci vedo niente … come faccio???»
«Appena metto in moto la macchina e accendo i fari avrai una decina di secondi, corri più veloce che puoi, quando non sarai più in grado di continuare fermati dietro ad un albero…»
Mi guardò negli occhi profondamente, cercando di infondermi un po’ di coraggio.
«Tornerò a prenderti io!» cercò di rassicurarmi.
Si allungò su di me per raggiungere la maniglia dello sportello che, pietrificata dalla paura, esitavo a toccare. Avrei preferito rimanere lì seduta vicino a lui, ma Brian mi spinse fuori dalla macchina senza troppi convenevoli, cercando di stimolare una mia reazione.
«CORRI!!» urlò sbattendo lo sportello e lasciandomi fuori al freddo. Il suono del motore rombò con rabbia vicino a me, e la luce dei fari illuminò la radura.


Presi ad avanzare dentro al bosco, ma la paura e la neve alta rendevano la mia corsa lenta e incerta. Sentii il motore della macchina che risuonava alle mie spalle, la luce dei fari cominciò a spostarsi sui tronchi degli alberi, ed io la seguii cercando la direzione che mi consentiva di avanzare ancora qualche metro. D’un tratto la luce sparì, un muro nero si parò davanti a me, impenetrabile. Mi fermai di scatto. Sentivo ancora il rumore della macchina che si allontanava sterzando agile tra i tronchi degli alberi e mi voltai indietro. Intravidi i due fari posteriori del pick-up che avanzava tra gli alberi velocemente, poi all’improvviso frenò. Le luci degli stop ben visibili anche dalla mia distanza, ed un secondo più tardi due fasci di luce bianca illuminarono il bosco riflettendosi sulla neve fresca come su uno specchio.
Mi spostai rapidamente dietro al tronco dell’albero più vicino e rimasi in attesa, pietrificata dalla paura e dal freddo.
Il rumore delle due auto che si avvicinavano mi fece accelerare il battito del cuore. Si distingueva chiaramente il suono del motore della macchina di Brian, che avanzava lenta in retromarcia, dall’altro, rombante e smanioso. Non mi voltai a guardare, ma quando le due macchine si fermarono ebbi la sensazione che fossero entrambe nella radura. Sentii il rumore degli sportelli che si aprivano e dei passi sulla neve, così nitidi e vicini che mi resi conto che ero riuscita ad avanzare nel bosco poco più di una decina di metri.
«Hey Brian! Che ci fai da queste parti?» chiese incuriosita e velata di sarcasmo una voce che non conoscevo.
«Beh, non vorrei sembrare banale, Kenneth, ma questa è casa mia!» rispose sbrigativo e pungente.
«Hmm … capisco, … non vorrei sembrarti invadente, Brian, ma … devi aver perso la strada di casa!» si intromise la voce viscida e ambigua di Trevorian facendomi accapponare la pelle.
Ci fu una pausa così lunga che trattenni il fiato temendo di rompere il silenzio con il mio respiro affannoso.
«Sarei curioso di sapere come hai passato la serata, … ti sei congedato dalla festa dicendoci che ti eri annoiato e ti ritroviamo solo in mezzo al bosco?!»
«Davvero curioso!» esclamò Glenda.
«Facciamola finita!» tagliò corto Brian, «Se spostate la macchina vorrei andare a casa»
«Ma quanta fretta!» continuò la voce di Trevorian calma e insidiosa come sempre.
Sentivo i passi di diverse persone che si aggiravano nella radura.
«Chissà perché ho il sospetto che tu ci stia nascondendo qualcosa»
«Hey Trevorian!» esclamò una voce femminile.
«Sì, Brigit?»
«Ci sono delle impronte fresche da questa parte» rispose risuonando nelle mie orecchie terribilmente vicina. Il rumore di passi rapidi e disinvolti si approssimava ineluttabile. Chiusi gli occhi e trattenni nuovamente il respiro. Non avevo scampo. Una mano mi afferrò saldamente per un braccio.
«E tu chi sei?» Brigit mi guardava incuriosita. Il sorriso deferente dipinto sulla sua faccia risultava così poco credibile abbinato al dolore della stretta che sentivo al braccio. Altri passi si avvicinarono svelti.
«Ma tu guarda! Sei uscita per un servizio fotografico notturno?» mi sorrise Glenda trionfante.
«Portatela qui!» tuonò la voce di Trevorian.
Glenda mi afferrò per l’altro braccio e mi trascinarono senza troppi riguardi nella radura.
Brian si trovava vicino alla portiera del suo pick-up, davanti a lui Trevorian fiancheggiato dai suoi discepoli: Jago e Kenneth. La formazione al completo, pensai, proprio come quel pomeriggio alla pista di pattinaggio.
Brian mi guardò appena con la coda dell’occhio.
«Vediamo se la signorina è più gentile di te, e ci racconta come ha trascorso la serata?»
Trevorian si avvicinò spavaldo, calmo e sicuro, perfettamente consapevole di poter esercitare il suo potere senza ostacoli; non avevo opzioni disponibili, non c'erano vie di fuga. Passo dopo passo sentivo la potenza del suo sguardo che si faceva largo nella mia testa. Sentivo la sua foga insaziabile. La sua mente frugava dentro la mia come le mani avide di un ladro rovistano i cassetti in cerca di qualcosa di prezioso. Mi sentivo violata.
«Lasciatemi andare!» urlai dimenando le spalle per sciogliermi dalla presa delle due streghe, ma non riuscivo a distogliere lo sguardo da quello di Trevorian.
«Non ostacolarmi!» disse perentorio.
I miei occhi erano inchiodati ai suoi. Improvvisamente tutte le mie difese crollarono, smisi di agitarmi e percepii solo un senso di vuoto.
«Ma che sorpresa!» esclamò Trevorian mellifluo, «Quanta passione, … e quanta intraprendenza …»
Rimase qualche secondo padrone dentro la mia testa, poi distolse lo sguardo dai miei occhi. Respirai profondamente: mi sentivo sollevata. Cercai di contenere la paura che mi raggelava dentro.
Trevorian si voltò verso Brian.
«Così questo è il tuo piccolo segreto, non è vero?»
Brian rimase in silenzio, le braccia stese lungo i fianchi, i pugni chiusi, lo sguardo cupo dritto verso Trevorian.
«Ci siamo solo divertiti! Tutto qui. Non conta niente per me, è solo una delle tante!» rispose distaccato.
Le sue parole furono come un cazzotto in pieno ventre. Ingoiai il nodo che si era formato in gola per mascherare le mie emozioni. Volevo piangere, ma riuscii a ricacciare le lacrime respirando profondamente.
Improvvisamente sopraggiunse il rumore di una macchina, la tensione si allentò. Tutti si voltarono sul lato opposto della radura. Un attimo dopo, Sean e Ian balzarono fuori dalla macchina di Tian, lasciandola parcheggiata dietro a quella di Trevorian, con i fari accesi puntati verso di noi.
«Che sta succedendo?» chiese Sean diretto, mentre raggiungeva Brian vicino al pickup.
«Ma che bella riunione di famiglia!» esclamò Trevorian sarcastico. «Il tuo caro fratellino ha trascorso un’interessante serata con questa bella signorina...» e si voltò verso di me sorridendomi sinistramente, «Ma poi, è stato così poco galante nel congedarsi da lei… l’ha scaricata nel bosco, pensa!?» disse rivolto a Sean.
«Comunque Brian, visto che per te non conta niente, non me ne vorrai seee …» mi si avvicinò viscidamente e mi afferrò il collo con la mano destra. Glenda e Brigit mi tenevano ferma bloccandomi le braccia.
«Mi piace la ragazza, ha un temperamento focoso... mi eccitano le ragazze che non sono quello che sembrano... le trovo moltooo …»
Abbassai lo sguardo per non incappare nuovamente nei suoi occhi. Trevorian aveva la camicia leggermente aperta e sul suo petto nudo intravidi una parte di triskele. Mi accorsi subito della differenza. L’unica spirale visibile, tra i lembi della camicia, si avvolgeva su se stessa da sinistra verso destra; lo sgomento si impadronì di me. Ormai conoscevo bene quel tatuaggio e ricordavo perfettamente il duplice significato attribuito a quel simbolo.
«Che ne dici see...» fece scivolare la mano dal collo sul petto, stringendo il mio seno tra le sue dita con bramosia. Si avvicinò ancora, il volto trasfigurato da un’espressione vogliosa, sadica, quasi perversa. Il disgusto fu tanto e tale che gli sputai in faccia con tutto il disprezzo di cui ero capace.
In un secondo mi mancò il respiro. La sua mano si chiuse stretta attorno al mio collo.
«Ora basta!» sentii urlare, «Smettila Trevorian! Non puoi infrangere la legge!» la voce di Sean era ferma e decisa.
Le due streghe mi liberarono le braccia e istintivamente afferrai il polso di Trevorian cercando di allontanare la sua mano dal mio collo.
«HO DETTO BASTA!!!» urlò nuovamente Sean.
Trevorian lasciò la stretta ed io ripresi a respirare l’aria fresca della notte con avidità.
«Non sono io che ho infranto la legge! Io cerco solo di farla rispettare, la LEGGE!» strepitò inferocito contro Sean, «Se c’è qualcuno da punire deve essere punito, se c’è qualcuno che ha sbagliato è giusto che paghi per i suoi errori! QUESTA È LA LEGGE! E’ sempre stato così, e così deve essere!»
Sean e Ian erano al fianco di Brian e lo tenevano al riparo un passo indietro.
«Stai parlando troppo!» gli rispose perentorio Sean smorzando i toni, «Non ci sono prove di quello che dici. Quello che c’è stato tra loro non è niente più del solito. Dimmi un po’? Quante ragazze ti sei fatto Trevorian? Non vorrai dirmi che sei estraneo a questa usanza, vero?»
«Ma bravo Sean!» ridacchiò Trevorian sarcastico, «Sei un ottimo oratore, te ne rendo merito, ma non mi faccio raggirare con così poco. La mia posizione è ben diversa, e tu lo sai? Queste faccende sono sotto la mia responsabilità. So di cosa parlo e sono sicuro di non sbagliare!»
«Pensa pure quello che vuoi, ma i fatti non cambiano. Non hai nessuna prova».
«Ti assicuro che i ricordi dettagliati della signorina, sempre ammesso che si possa chiamarla così…» disse provocatorio osservando Brian, «...non lasciavano alcun dubbio sulla sua completa e totale partecipazione. Lo sai anche tu quanto questo possa rivelarsi pericoloso!?» concluse allusivo.
Ci fu un attimo di silenzio. Brian fremeva parzialmente coperto dai suoi fratelli.
«Non sarebbe né la prima né l’ultima volta che questo succede, per rivendicare l’applicazione della legge deve essere reciproco e tu lo sai meglio di me!»
«Vedi Sean…» rispose sinuoso, «Se questo fosse successo un qualsiasi altro giorno dell’anno, non avrei avuto alcun problema, ma sai? …è proprio questa strana coincidenza che mi rende sospettoso, questa notte non ci sono possibilità di verifica».
«Esatto! Non ci sono.» Sean concluse autorevole.
Trevorian si stava nuovamente avvicinando a me.
«Lasciala andare!» disse secco.
«Non mi vorrai negare almeno questo piacere, non è vero? Siamo sempre stati tolleranti in questo genere di cose. Siamo abituati a condividere, non è vero Brian?» disse carezzandomi il viso con il dorso della mano. Il contatto mi suscitò nuovamente una ripugnanza tale che cercai di sferrargli un calcio, ma ahimè, lo schivò con disinvoltura e le sue ancelle si avventarono nuovamente su di me bloccandomi le braccia dietro la schiena.
«Lasciala andare! Non dimostra nessun interesse nei tuoi confronti, non vorrai essere tu il primo ad infrangere le regole, non è vero?» continuò Sean.
Trevorian mi osservava mentre cercavo di liberarmi dalla presa delle due arpie.
«E’ davvero un peccato…ma chissà…magari facendo passare un po’ di tempo…»
La tensione si era finalmente dissolta.
«Glenda! Brigit! Lasciatela!» sentenziò autoritario avviandosi verso la macchina con passo lungo e deciso.
Le due streghe si incamminarono ubbidienti dietro al loro leader, Glenda mi lanciò uno sguardo di puro disprezzo.
«Tu sai cosa fare?! Non è vero?» disse Trevorian rivolgendosi a Sean.
«Me ne occuperò personalmente» lo rassicurò Sean e aggiunse: «Ian! Accompagna Brian a casa, io penserò a Camilla».
Non avevo capito una sola parola di tutta quella discussione, ma sentivo di poter tirare un sospiro di sollievo. Mi incamminai verso di loro massaggiandomi le braccia indolenzite. Brian si avviò con il fratello verso la macchina di Tian, non mi guardò neppure una volta. Quando distolsi da lui il mio sguardo deluso, incrociai il volto di Trevorian che seduto al posto di guida mi sorrideva viscidamente soddisfatto dietro al finestrino.
Sean mi posò una mano sulla schiena e mi sospinse verso il pick-up.
Quando salimmo in macchina mi accorsi che avevo i piedi completamente gelati. Aspettammo che le altre due vetture liberassero il sentiero e poi Sean iniziò a fare manovra.
«Mi dispiace Camilla.» disse mortificato.
«Di cosa? Cosa c’entri tu?» gli risposi stupita. Ai miei occhi Sean appariva come il salvatore. Aveva risolto la situazione alla grande, riuscivo solo ad essergli grata.
«E' stata colpa mia. Ti sei trovata in pericolo, non posso proprio perdonarmi. Ti ho spinto a seguire i tuoi sentimenti quando invece avrei dovuto frenarli. Ho sbagliato».
Rimasi in silenzio. Ripensai a quello che mi aveva detto quel giorno in biblioteca, forse aveva ragione, le sue parole non avevano fatto altro che incrementare la mia curiosità, ma come potevo biasimarlo?
In quella notte avevo sperimentato la paura e il terrore di fronte a Trevorian, ma avevo anche trascorso le ore più belle della mia vita assieme a Brian. Qualche minuto da incubo in cambio di un paio d’ore di assoluta, totale e incondizionata felicità. Adesso che mi sentivo al sicuro mi sembrava un prezzo equo da pagare.
Eravamo già sulla strada principale diretti verso casa Stewart, guardai l’orologio della macchina: erano le 3,10. Ero in ritardo.
Quando l’auto svoltò nel sentiero di casa mi affrettai a ispezionare il piazzale con lo sguardo. Gli Stewart non erano ancora tornati, tirai un sospiro di sollievo. Sean fermò la macchina al centro del piazzale.
«Vorrei che tenessi per te tutto quello che è successo stanotte» proferì serio mentre mi apprestavo ad uscire dall’auto, «Ho promesso a Trevorian che mi sarei occupato di te...» si fermò ad osservare la mia espressione perplessa e poi continuò misurando le parole, «Diciamoo... chee... dovevo ripulire la tua mente da ricordi compromettenti, ma credo che lascerò questo compito a Brian. Non mi perdonerebbe mai!»
Lo abbracciai di getto.
«Grazie Sean!» sussurrai piena di riconoscenza.
Lo baciai sulla guancia e uscii svelta dall’auto per raggiungere casa Stewart.
 
 

2 commenti:

  1. che dire STUPENDO come sempre uno dei capitoli più emozionanti la storia stà diventando decisamente interessante continua così

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  2. ma quanto mi piace sean!?!?!?!?

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